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LA STORIA/ Da Kitgum a Dadaab, "siamo" tutti Lampedusa

Pubblicazione:giovedì 10 ottobre 2013

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Di ritorno dal campo profughi di Marj El Kok, in Libano, Marco Perini non può dimenticare un bimbo piccolissimo: “Avrà avuto un anno o poco più e vederlo gattonare da solo al buio di una tenda per profughi mi ha fatto venire i brividi. E’ da tempo che stiamo sostenendo queste persone scappate dalla guerra in Siria, ma non puoi farci l’abitudine. Chi si prenderà cura di lui? Suo padre tornerà a casa questa sera? Chi gli darà da mangiare domani?”

“Chi si prenderà cura di loro?” si domandavano le mamme malate di Aids del Meeting Point International di Kampala, in Uganda, ogni volta che guardavano i loro figli, sapendo che sarebbero rimasti orfani a causa della malattia. Donne condannate, ma che non per questo hanno rinunciato a vivere da protagoniste, costruendo un tessuto sociale più unico che raro. Chi muore lascia alle amiche i propri figli. La scuola è stata costruita. Tutte insieme seguono la terapia e danno conforto e il buon esempio agli altri. Ma prima dell’arrivo di Rose, la direttrice, le cose non erano così. Le donne non si curavano e chi era malata veniva esclusa e allontanata. La povertà dilagava. La capacità di Rose è stata quella di far capire che, nonostante la malattia, nonostante la condizione in cui vivevano, queste donne avevano un valore. “Tu vali comunque e certamente di più della tua stessa malattia!”. Parole sante che hanno spalancato un mondo e fatto a pezzi i luoghi comuni della povertà in Africa. Accendendo il desiderio di una vita migliore, tutto il resto si è messo in moto. E’ nato così un percorso di sviluppo sostenibile che sta contribuendo a eradicare la povertà.

La povertà è indivisibile, come la “libertà” per John F. Kennedy nel suo famoso discorso Ich bin ein Berliner, siamo tutti berlinesi, pronunciato a Berlino nel 1963 per sottolineare vicinanza e amicizia . La povertà, come la libertà, non si può spezzare, e quando un solo uomo è povero, tutti siamo poveri. Magari non delle stesse cose. In Ecuador, la giovane Amparito che vive sulle Ande con le famiglie più fragili, ha scritto che “il problema della povertà non è che mancano le cose, è che manca la speranza. Manca la coscienza di quanto uno vale, di quanto uno possa essere protagonista della sua vita.” Don Pigi, missionario da oltre 40 anni nelle favelas in Brasile, quando l’ho incontrato mi ha descritto una povertà diversa dal suo arrivo, “certo più ricca di cose, ma più misera e di uomini soli”.

Uomini soli come tutti i morti di Lampedusa avvolti in quei teli di plastica. Abbandonati al loro destino e incontrati solo perché cronaca. Chi li piangerà? Uomini dimenticati da tutti ancora prima della tragedia solo perché abitanti di una terra lontana e difficile da capire. Persone così diverse da non voler mai conoscere o aiutare. Esseri umani invisibili che il nostro cuore non vuole accogliere perché troppo attento a ricercare una felicità fatta solo di cose che stanno costruendo un mondo feroce. E misero. 


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