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LIBIA/ Ecco perché il sequestro di Zeidan fa "rimpiangere" Gheddafi

Pubblicazione:venerdì 11 ottobre 2013

Ali Zeidan (Infophoto) Ali Zeidan (Infophoto)

Di certo si è trattato di una dichiarazione improvvida che ha esposto ulteriormente Zeidan, che già era una figura debole e screditata agli occhi dei miliziani. A essere determinante è stata però anche l’intervista rilasciata mercoledì dallo stesso premier alla BBC, nel corso della quale ha affermato che la Libia era sotto minaccia da parte delle milizie, chiedendo di fatto indirettamente un intervento esterno. Questi due fattori hanno consentito ai miliziani di far passare Zeidan per un traditore.

 

L’Occidente può svolgere un’opera di mediazione in Libia o sarebbe percepita a sua volta come un’ingerenza esterna?

In primo luogo andrebbe incentivato il più possibile un processo di riconciliazione nazionale all’interno dello stesso Paese. In qualche modo le elezioni del luglio 2012 avevano dato una speranza, in quanto avevano registrato una larga partecipazione dei libici al processo democratico. Quest’ultimo però non si risolve nel momento del voto, ci voleva qualcosa di più profondo e radicale ed è a questo livello che la comunità internazionale ha fallito.

 

In che senso?

Dopo la caduta di Gheddafi, la comunità internazionale non ha fatto nulla per favorire la stabilizzazione politica della Libia. Il Paese è stato lasciato in preda a se stesso, privo di qualsiasi istituzione. Con la rivoluzione è caduto tutto in quanto il sistema si reggeva unicamente sulla persona di Gheddafi. Il Colonnello aveva volutamente evitato di creare qualsiasi contrappeso politico al suo potere, e al momento della sua caduta a prevalere non è stata la democrazia bensì il caos.

 

(Pietro Vernizzi)



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