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SPAGNA/ L'ex leader comunista Hu Jintao condannato per genocidio in Tibet

Hu Jintao è stato condannato dal tribunale iberico in quanto uno degli attivisti tibetani è un cittadino spagnolo. I fatti risalgono alle repressioni delle manifestazioni tibetane nell'89

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Il tribunale penale di Madrid ha deciso di accettare una causa da parte di attivisti tibetani contro l’ex presidente della Repubblica Popolare Cinese Hu Jintao. Il potente burocrate sarebbe al centro di una controversia che lo vede responsabile del reato di genocidio in territorio tibetano durante gli anni delle proteste della popolazione locale nel periodo compreso tra il 1988 e il 1992. I giudici spagnoli hanno deciso che il caso può essere gestito sul territorio iberico in quanto uno degli attivisti, il monaco tibetano Thubten Wangchen, è un cittadino spagnolo. Il sistema giuridico in questione riconosce il principio di giustizia universale che permette di processare i sospettati di genocidio a prescindere dal paese d’origine. C’è un unico vincolo per le autorità: almeno una delle vittime deve essere un cittadino spagnolo. Il Comitato di sostegno per il Tibet ha deciso di intraprendere un processo contro Hu Jintao poiché l’ex leader comunista era stato nominato segretario del partito nella regione autonoma del Tibet nel 1988. Un anno prima erano cominciate le proteste per l’indipendenza del territorio il cui governo in esilio in India era presieduto dalla suprema guida spirituale Dalai Lama. Le manifestazioni si fecero sempre più veementi e Hu Jintao decise di stroncare le rivolte con il pugno di ferro: nel 1989 le forze dell’ordine cinesi spararono sulla folla di dimostranti e dal quale momento in poi fu applicata la legge marziale. Da lì a poco avrebbe preso piede la celebre dimostrazione degli studenti in Piazza Tienanmen repressa anch’essa nel sangue. Hu Jintao è incriminato dal tribunale spagnolo come responsabile principale per le azioni “volte a eliminare l’unicità e l’esistenza del Tibet come paese, imponendo la legge marziale, la realizzazione di deportazioni forzate, campagne di sterilizzazioni di massa e torture dei dissidenti politici.” Pechino rivendica una sovranità secolare sul Tibet, ma la maggioranza della popolazione locale continua a rimanere fedele al Dalai Lama in esilio in India. La figura della suprema guida spirituale Buddhista è vista come un Dio da molti tibetani ma come una minaccia separatista dal governo cinese.

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