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SEPOLTURA PRIEBKE/ Dall'Argentina: la giustizia umana può riparare il male più grande?

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Erich Priebke (Infophoto)  Erich Priebke (Infophoto)

Come per tanti altri gerarchi nazisti che si erano rifugiati in Brasile, Paraguay, Uruguay e Argentina, Priebke era riuscito a scappare dalla Giustizia anche se solo momentaneamente: infatti il 6 maggio del 1994 una squadra della televisione americana ABC capitanata dal giornalista Sam Donaldson lo intercettò a Bariloche e lo avvicinò mentre passeggiava per le vie cittadine, facendogli domande sul massacro delle Fosse Ardeatine. Donaldson scovò Priebke quasi per caso, dato che in realtà era sulle tracce dell'ex agente delle SS Reinhard Kopps, ricercato per un caso riguardante le deportazioni in Albania durante la guerra, anche lui residente a Bariloche sotto il falso nome di Juan Reinhard Maler.

Nel corso dell’indagine qualcuno rivelò l'identità dell'esecutore del massacro delle Fosse Ardeatine che la giustizia italiana già non cercava da più di vent'anni. Priebke rispose evasivamente alle domande del giornalista, anche se ammise di aver partecipato al fatto e aver ucciso tutt'al più una delle 335 vittime. Tre giorni più tardi arrivò in Patagonia l'ordine internazionale di arresto firmato dal ministro della Giustizia Giovanni Conso: Priebke venne preso e, dopo una lunghissima trafila giudiziaria per l'estradizione degna di un thriller giuridico, l'ufficiale nazista arrivò dopo un anno e mezzo a Roma per essere processato.

Anche in Italia il processo fu pieno di cavilli legislativi che lo rallentarono, fino ad arrivare alla sentenza di ergastolo da compiersi agli arresti domiciliari a causa dell'età avanzata, detenzione che scontò fino alla sua morte, avvenuta lo scorso 11 ottobre.

Il Cancelliere argentino Hector Timerman, che in questi giorni aveva bisogno di una riabilitazione agli occhi della comunità ebraica argentina, attualmente ferita dall'oscuro accordo diplomatico tra l'Argentina e la Repubblica islamica dell'Iran per chiarire le cause e i colpevoli dell'attentato contro l'edificio dell'Associazione Ebraica di Buenos Aires, avvenuto il 18 luglio 1994 che registrò 85 morti e più di 300 feriti, conosciuto come “caso AMIA”, ha rapidamente preso la palla al balzo, negando il trasferimento del cadavere di Priebke in Argentina per essere sepolto, come da lui richiesto (secondo il suo avvocato difensore Paolo Giacchini), accanto a sua moglie a Bariloche. “Gli argentini non possono accettare questo tipo di sfida alla dignità umana”, si legge nel comunicato della Cancelleria governata da Timerman.

Contemporaneamente a ciò si conosceva un altro comunicato, dove anche la città natale di Priebke, Hennigsdorf, negava il suo suolo alla sepoltura: non rimaneva altra possibilità che sepellirlo a Roma, nonostante il rifiuto sia del presidente della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici, e l'astio manifestato dal sindaco Ignazio Marino, che ha negato il funerale e qualsiasi altra manifestazione pubblica. Lo scomparso gerarca ha lasciato anche un testamento politico, diffuso dal suo avvocato e amico Giacchini, nel quale, oltre a negare qualsiasi pentimento riguardo al massacro delle Fosse Ardeatine, ha sostenuto come l'olocausto possa inquadrarsi in una manovra propagandistica nordamericana, negando l'esistenza dei campi di sterminio e delle camere a gas. 


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