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SEPOLTURA PRIEBKE/ Dall'Argentina: la giustizia umana può riparare il male più grande?

Pubblicazione:lunedì 21 ottobre 2013

Erich Priebke (Infophoto) Erich Priebke (Infophoto)

La polemica scatenatasi intorno alla sepoltura di Priebke pone alcuni quesiti: è giusto negare la sepoltura ad un genocida? L'azione dei tribunali è sufficiente a soddisfare l'esigenza di giustizia della società ed a impedire il generarsi di nuovi crimini? A Priebke, che come tanti altri genocidi in ogni parte del mondo e in ogni epoca si comportarono da signori della vita e della morte, scegliendo fosse comuni per le proprie vittime, la nazione da lui scelta nella fuga nega la possibilità della sua tomba, per ironia del destino.

Lo storico torinese Giovanni De Luna ha dichiarato in questi giorni che “i cimiteri sono luoghi della memoria di una comunità, e Priebke si è volontariamente tenuto al di fuori di quella di Roma, pertanto è giusto che venga seppellito in altro luogo”, pur accettando che “Priebke deve avere una sepoltura, a differenza dei nazisti e di tanti regimi dittatoriali che la negavano e hanno creato fosse comuni, però la richiesta della comunità ebrea romana è giusta... i cimiteri sono una cosa seria, non costituiscono un mero deposito di morti, sono il deposito dei valori e delle radici di una comunità... è li che si trova la sua identità. Dobbiamo superare anche il concetto che il cimitero acattolico, che accoglie la sepoltura di tutte le religioni, coincida con la loro perdita: anche i cimiteri laici hanno i loro precisi valori”.

La morte come limite e mistero umano dovrebbe costituire la linea di frontiera dei nostri appetiti giustizialisti. E' chiaro che una tardiva condanna come quella di Priebke, che ha praticamente goduto di una immeritata libertà, contenga l'amaro sapore di una giustizia insoddisfatta: c'è ancora molto da lavorare in materia di efficacia giuridica per realizzare la duplice esigenza di processi giusti e opportuni, però il desiderio di giustizia che si cela nel cuore dell'uomo è infinito, non c'è sentenza, anche la più dura, che possa soddisfarlo, nè che possa rimediare alle perdite causate dai delitti. Sebbene la giustizia terrena rispecchi la soglia da raggiungere con il suo nobile dovere di condannare le condotte criminali, la sua funzione educativa è relativa. La sanzione penale è qualcosa di ineludibile nella riparazione dei delitti, però non li cancella.

Se il chiarimento dei fatti non riesce a recidere l'origine aberrante dei crimini, a capire perché l'uomo è capace di arrivare a compiere tanti delitti, il passato può sempre ritornare. Solamente una vera educazione incentrata sul significato profondo della esistenza umana, della dignità personale e delle esigenze che costituiscono il cuore di tutti gli uomini, in altre parole, il loro essere religiosi può impedire che l'uomo sia il lupo di se stesso o che torni ad esserlo. E, morto il criminale, non ci sono ragioni per limitare la sua apparizione davanti ad un tribunale nel quale non siamo né denuncianti, né difensori né giudici.



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