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URAGANO FILIPPINE/ Il missionario: così mi sono trovato nell’occhio del ciclone

Pubblicazione:martedì 12 novembre 2013

Dopo il disastro delle Filippine (Infophoto) Dopo il disastro delle Filippine (Infophoto)

Nel corso del secondo dei quattro tifoni nell’arco di un mese, una notte ho sentito un boato pauroso. All’epoca l’ospedale si trovava su una piccola collina che dava sull’oceano, contro cui il vento picchiava con forza incredibile. Dalla cima della collina dovevo fare la guardia durante tutta la notte per evitare che la porta del generatore fosse divelta e l’ospedale rimanesse senza corrente. Il vento mi buttava la sabbia sul volto, colpendola come dei pallini di un fucile da caccia.

 

A quel punto che cosa è successo?

Verso mezzanotte un mio confratello italiano, don Giovanni Petrin, mi ordina: “Vieni fuori”. “Ma sei matto?”, gli rispondo esterrefatto. Lui apre la porta d’ingresso dell’ospedale e insiste perché esca anch’io insieme a lui. Sono uscito e con mia grande meraviglia mi sono trovato di fronte a un silenzio irreale: eravamo nell’occhio del ciclone. “Guarda verso l’alto”, aggiunge a quel punto don Petrin. Rovesciando la testa sulle spalle ho visto il cielo stellato nel cerchio azzurro sopra di me, l’occhio del ciclone appunto. Dopo meno di un minuto, il vento ha ripreso a volteggiare sempre più velocemente, finché sono dovuto rientrare per evitare di essere trascinato via.

(Pietro Vernizzi)



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