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REPORTAGE/ Video, l'educazione dei bambini nei campi profughi siriani

L'impegno di Avsi in Libano è diventato oggetto di un reportage del giornalista di guerra Gian Micalessin che racconta come si svolgono le attività educative nel campo profughi.

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“Sapete cos’è questa?” “E’ una lavagna”. “Bene bambini, dovete averne cura. Vi servirà per imparare l’alfabeto, i numeri e a scoprire tante cose nuove”. Siamo a Marj El Kok, nel sud del Libano, all’interno del campo profughi che ospita un migliaio di rifugiati siriani che vivono accampati in tende fatte di stracci e plastica. Qui, dove mancano acqua corrente, latrine e assistenza medica e la temperatura raggiunge solitamente 40 gradi, da qualche tempo i bambini hanno ripreso ad andare a scuola. A dare loro questa opportunità è stata Avsi, l’organizzazione umanitaria che in Libano è presente e opera da 17 anni. Finora, per i piccoli siriani di Marj El Kok i libri di scuola, come del resto tutto ciò che faceva parte della loro vita in patria, erano solo un lontano ricordo. Oggi l’impegno di Avsi è diventato oggetto di un reportage del giornalista di guerra Gian Micalessin che racconta come si svolgono le attività educative nel campo. Il video di Micalessin ci fa assistere in diretta a una delle lezioni che si tengono nel campo. “Ogni giorno – dice l’insegnante - vi chiederò come state: how are you? E voi mi risponderete: noi bene e tu? cioè: fine thanks and you? Chi si ricorda la canzone dell’alfabeto?” “A,b,c,d …”, rispondono gli allievi, cantando in coro a squarciagola.

“Organizziamo corsi di recupero e di prima alfabetizzazione per tutti i bambini del campo”, spiega Niccolò Giancarli, coordinatore dell’Avsi. “Abbiamo circa 150 bambini; le lezioni si svolgono sotto le tende grazie al lavoro di sette maestri”, aggiunge Chafica Abdou, una delle assistenti sociali dell’organizzazione.

La lezione intanto prosegue. “Tu come ti chiami?” “Mi chiamo Khaled”. “Ok, chi ha detto il suo nome si sieda. E tu?” “Mahmoud Mustafà”. “Tu?” “Asma”. “State seduti per favore”.

“La situazione non è facile – spiega la signora Abdou -. Questi bambini non sono più abituati a stare calmi, a frequentare la scuola piuttosto che a mantenere un po’ di disciplina”.

L’interrogazione di inglese va avanti: “cosa sono questi?” “Teeth” “E questi?” “Eyes” “Molto bene. Questi invece?” “Ears”. “L’obiettivo principale è preparare l’entrata di questi bambini nelle scuole libanesi – aggiunge Abdou -. Ma per affrontare il programma libanese devono imparare il francese o l’inglese”. Poi, rivolgendosi a uno dei piccoli, chiede: perché hai lasciato la Siria? “Perché c’è una grande guerra – è la risposta – i ribelli hanno distrutto la mia casa e minacciano tutti. Per questo siamo scappati”. Cosa ti manca di più? Il ragazzino ci pensa un po’ su e alla fine: “Mi mancano la mia casa e i miei amici. Ho perso tutto”.

Conclude Giancarli: “Vogliamo restituire a questi bambini un momento di serenità attraverso la frequenza scolastica, così che possano ritornare a un po’ di normalità”. La lezione nel frattempo è finita. “Cantiamo insieme bambini: old McDonald had a farm…”. “Ia-ia-o”. (clicca qui sotto per il video)