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IRAN/ Se l'ayatollah usa la beneficenza come arma di potere

Pubblicazione:martedì 19 novembre 2013 - Ultimo aggiornamento:martedì 19 novembre 2013, 9.58

L'ayatollah Khamenei (Infophoto) L'ayatollah Khamenei (Infophoto)

La cultura musulmana contrappone l’“homo oeconomicus” all’“homo islamicus”, cioè a colui che si attiene ai precetti del Corano. La beneficenza attraverso la decima è un aspetto molto importante di questa cultura, così come la solidarietà nei confronti del gruppo. A ciò si aggiunge il fatto che nell’islam le società per azioni non sono ben accette, e a esse si preferiscono altre forme come il partenariato. All’interno di queste strutture societarie, quelle che possono mantenersi nel tempo sono quelle che svolgono una funzione di beneficenza. Il motivo di ciò riguarda anche il diritto ereditario: nell’islam alla morte del proprietario l’eredità è divisa tra tantissimi soci e ciò rende difficoltosa l’accumulazione di capitale. Soltanto le fondazioni benefiche sul modello di Setad riescono a evitare queste conseguenze.

 

In che modo queste realtà affondano le loro radici nel precetto islamico della beneficenza?

La tassa islamica, o Zakat, è un elemento essenziale della finanza islamica che si configura come la tipica imposta da welfare sotto forma di decima. Tanto è vero che una teoria sostiene che islam è nato come un contratto sociale tra le due componenti della società araba del settimo secolo: i ricchi commercianti e chi non avendo altri mezzi faceva il brigante. Grazie alla decima i mercanti potevano continuare a commerciare spezie e i briganti non attaccavano le carovane. Attraverso un meccanismo di welfare si creava una sorta di pace sociale. In questo modo avveniva una commistione tra l’aspetto beneficio e il controllo politico simile a quello che descrivevamo prima a proposito dell’organizzazione Setad, in quanto il welfare diventava un elemento del contratto sociale.

 

(Pietro Vernizzi)



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