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ARGENTINA/ I 30 anni di una democrazia in cerca di "futuro"

Pubblicazione:martedì 10 dicembre 2013

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Tutto ciò risulta stupefacente per due motivi: in primo luogo perché l’Argentina possiede una tradizione culturale grandissima e poi anche per il fatto che una maggioranza della popolazione, che si era mantenuta in silenzio durante la dittatura, iniziò a protestare sotto la democrazia. Un controsenso inesplicabile dato che la tremenda situazione economica del Paese, lo ripetiamo, era una pesante eredità che non poteva essere risolta con la bacchetta magica, ma solo attraverso un confronto interno leale e sostegni economici esterni.

E qui interviene il fattore “martire” precedentemente descritto: sono portato a pensare, soprattutto per le interminabili discussioni sostenute in quegli anni, che gli argentini fossero convinti che il ritorno del peronismo potesse riportarli all’epoca aurea vissuta in un periodo storico in cui il Paese godeva di un’immensa ricchezza dovuta al boom delle esportazioni agricole verso un’Europa affamata dalla guerra. Di fatto ciò costituì l’asse portante della propaganda menemista che trasformò le elezioni in un plebiscito a favore dell’allora governatore della provincia della Rioja, cosa che costrinse Alfonsin, anche per gli assalti ai supermercati succedutisi al risultato elettorale, a cedere il potere anzitempo.

Assunto il potere, Menem ricevette immediatamente gli aiuti del Fmi negati al suo predecessore e, attraverso una manovra economica resa possibile proprio da queste sovvenzioni, si impose la parità tra peso e dollaro, si promossero importazioni senza limiti e si distrusse, attraverso privatizzazioni selvagge, l’economia statale. Non solo: vennero tagliati i fondi all’istruzione e alla sanità ma specialmente la classe media, letteralmente illusa dalla parità cambiaria, appoggiò questo Governo sebbene il totale controllo assunto sui mezzi di informazione e la ininfluente opposizione politica permisero a Menem di godere di un potere oligarchico per un decennio, fino a quando gli effetti della “fiesta” iniziarono a farsi sentire in modo sempre più evidente, fatto che provocò la vittoria elettorale del radicale De La Rua, leader di un’alleanza politica con la sinistra peronista denominata Alianza, alle elezioni del 1997.

Ma la pesante eredità del menemismo, unita a una sostanziale incapacità politica del mandatario radicale nel gestire la situazione, provocarono lo scoppio dell’economia che portò ai disordini succedutisi alla tremenda situazione, la fuga di De La Rua dalla Casa Rosada per evitare il linciaggio, il valzer dei Presidenti (a de La Rua successero il peronista Rodriguez Sàa che durò appena una settimana, rimpiazzato dal compagno di partito Eduardo Duhalde) e la successiva elezione di Nestor Kirchner, anche lui peronista, avvenuta nel maggio 2003.

Cosa rappresenti la decade kirchnerista (a Nestor succedette nel 2007 la moglie, l’attuale Presidente Cristina Fernandez De Kirchner) è fatto ormai sotto gli occhi di tutti: la continuazione del tanto deprecato, ma a suo tempo appoggiato dai Kirchner, potere di stampo menemista, la sua oligarchia che lasciava ben pochi spazi di democrazia, un potere che non ha mai ammesso il dialogo e ha proceduto con una politica economica che ha ampiamente distrutto la ripresa succedutasi alla crisi del 2001.


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