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ARGENTINA/ I 30 anni di una democrazia in cerca di "futuro"

Pubblicazione:martedì 10 dicembre 2013

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Con un’imponente manifestazione convocata nella storica Plaza De Mayo, l’Argentina celebrerà oggi il trentesimo anniversario della sua democrazia. All’evento parteciperanno i Presidenti che si sono succeduti in queste tre decadi: il defunto Alfonsin, che fu il primo, sarà rappresentato dal figlio. Ed è proprio da lui che credo debba iniziare un’analisi su questo periodo storico unico nella storia del Paese latinoamericano dalle immense risorse (ancora attuali), basato su di una imponente immigrazione europea, ma la cui storia in gran parte è stata scritta con il sangue. Sangue delle lotte fratricide dell’inizio della sua storia tra Federalisti e Unitari, sangue dello sterminio delle popolazioni autoctone avvenuto durante la “Conquista del Desierto” che definì i limiti territoriali argentini, ma consegnò le immense terre conquistate alla cupola latifondista che ha da sempre mantenuto un potere godendo dell’alleanza delle Forze Armate pronte a reprimere le manifestazioni dei ceti meno abbienti costituiti da emigranti che reclamavano i loro diritti, fenomeno che causò l’emigrazione verso l’Uruguay di molti attivisti politici.

Sangue che ha macchiato negli anni Cinquanta la cosiddetta “Revolucion Libertadora”, un golpe militare che esautorò Peron dal potere in forma violenta, secondo molti un gigantesco errore politico compiuto da un manipolo ristretto di militari, fatto che consegnò a un potere non certo democratico che da lì a poco sarebbe finito visti i risultati fallimentari, la patente di martire, permettendogli di perpetrarsi fino a oggi e preparando il Paese all’ultimo bagno di sangue coinciso con l’ultima genocida dittatura militare a cui ha seguito la nascita della democrazia con la vittoria di Alfonsin alle elezioni del 1983.

Ma, come ripeto, proprio da qui dobbiamo iniziare l’analisi di questi trent’anni: perché generalmente i periodi di democrazia seguenti a regimi dittatoriali portano le nazioni a godere di prosperità, sviluppo, spesso dovuti al dialogo che, represso dalle dittature, si instaura nel pieno rispetto delle idee differenti, anzi spesso è la diversità a costituire il motore positivo del ritorno alla democrazia. Pensiamo alla Spagna del post-franchismo, al Cile del dopo Pinochet e all’Italia, pur con una Guerra mondiale nel mezzo, post-fascista.

In Argentina è successo l’opposto: pur nella sua immensa statura democratica dimostrata con un coraggio della stessa portata, fatto dovuto all’elevata potenza ancora in essere del regime militare che lo aveva preceduto, nel portare avanti le necessarie riforme (tra le quali il processo alla giunta militare) Alfonsin si trovò a dover affrontare delle resistenze notevoli proprio da dove meno si aspettava. Dalle proteste popolari che, unite a un forte ostruzionismo delle organizzazioni sindacali attraverso una raffica di scioperi generali, al contemporaneo boicottaggio economico da parte del Fondo monetario internazionale “consigliato” dall’economista Domingo Cavallo, che poi occuperà il dicastero di economia per gran parte della nefasta epoca menemista, portarono l’Argentina a un tracollo economico gigantesco, ereditato dalla precedente dittatura militare ma amplificato dalla mancanza di aiuti internazionali.


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