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DIARIO UCRAINA/ Viaggio nella protesta che "accusa" sia Putin che l'Europa

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Le proteste in Ucraina (Infophoto)  Le proteste in Ucraina (Infophoto)

In questo senso ha ragione il vescovo luterano Igor’ Knjazev, il quale ha osservato che la Russia usa come arma il rincaro del prezzo del gas, quindi un argomento economico, mentre la gente è tutta tesa a conquistare una qualità civile, dei valori positivi, che convenzionalmente identifica con l’Europa, non perché il nostro continente ne sia il regno indiscusso, ma perché li ha nei suoi geni e li conserva ancor oggi come fermento vitale.

Detto questo, resta anche vero che i motivi della protesta vanno rimeditati e approfonditi, poiché i giorni della piazza prima o poi dovranno finire e si dovranno per forza trovare dei passi ulteriori e degli obiettivi concreti che diano carne alle speranze del Majdan. Chi, in questo senso, ha saputo portare il discorso su un piano più alto, diremmo prepolitico, mostrando uno sguardo integrale sulla situazione, è stato l’ottantenne arcivescovo greco cattolico Ljubomir Husar, che sceso in piazza domenica 8 dicembre, ha detto alla folla che l’Ucraina ha veramente bisogno di profondi cambiamenti, ma che per questo bisogna tutti "lavorare e pregare". Il suo è stato un richiamo severo ma paterno nel ricordare con forza che non basta neppure il sacrificio di questi giorni, perché niente può sostituire l’impegno personale e a lunga scadenza per realizzare il sogno di oggi. Lavoro e preghiera: "Lavorate come se tutto dipendesse da voi - ha detto Husar - e pregate come se tutto dipendesse da Dio".

E dopo l’osservazione generale ha subito fornito un’indicazione concreta, traendo spunto dalle prossime elezioni amministrative che si terranno in cinque distretti ucraini. "Vorrei chiedere agli abitanti di quelle zone cosa hanno fatto perché queste votazioni siano oneste, perché non ci siano brogli. Cosa hanno fatto per scegliere candidati degni, capaci di servire il bene comune? Se hanno fatto qualcosa, rendiamo loro onore… Ho fatto questo esempio concreto perché noi tutti abbiamo a capire che se lavoreremo avremo dei buoni risultati". Certo tutto dipende da Dio, ha concluso l’arcivescovo, ma "la nostra preghiera non dev’essere semplicemente la richiesta che Lui cambi le cose. Dobbiamo chiedere a Dio che compia ciò che dall’eternità è stabilito per noi. Preghiamo di realizzare ciò che Dio ci ha affidato quando abbiamo incominciato ad essere un popolo indipendente".

Un’osservazione al tempo stesso alta e operativa ma certo politicamente scorretta, perché osa immettere nel campo civile e politico quell’apertura al trascendente che manca ormai dall’orizzonte di tutti gli indignati e schifati della politica. Del resto è proprio qui il seme profondamente europeo cui forse intuitivamente inneggiano i dimostranti sotto la neve.



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COMMENTI
13/12/2013 - Così o quasi fu per Solidarnosc (Ivio Nicola Marongiu)

Con commozione ricordo le immagini dei preti cattolici con tanto di stola dentro i cancelli deI cantieri di Danzica. Forse è il caso di partire da questa comparazione per capire l'essenza di quanto succede in Ucraina e di capirlo in funzione di quanto succede qui da noi o meglio di quanto non succede da noi. Quello che da noi succede è che la speranza non trova nella preghiera il suo approdo e la sua forza. La politica non ha fiducia in Dio da noi e perciò non ci sono preti con la stola in mezzo all'attuale confusione e disperazione. La parola del Papa può essere insufficiente se la carità non si fa anche azione politica per una futura democrazia cristiana.Forse siamo bloccati dallo scetticismo per aver constatato l'esito dello slancio di Solidarnosc sconfitto dal modernismo laicista e borghese che attanaglia l'Europa. E allora? Basta questa delusione per non riprendere a lavorare e a pregare, qui da noi?