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DIARIO ARGENTINA/ Feste e morti: il Paese pronto a “scoppiare”

Pubblicazione:giovedì 19 dicembre 2013

Cristina Kirchner (Infophoto) Cristina Kirchner (Infophoto)

I cambi di facciata operati dal Governo a seguito della debacle elettorale si sono rivelati tali e la macchina delle responsabilità pregresse all’instaurazione del decennale potere kirchnerista una pietosa scusa che non regge minimamente, visto che proprio i Kirchner, dell’infausto regime neoliberale menemista che governò l’Argentina negli anni Novanta distruggendo lo Stato in nome di liberalizzazioni selvagge, ne furono i principali sostenitori. Ma la terribile ondata di saccheggi che hanno investito tutto il Paese ha portato il caos più totale: così si vedono giovani a cui è negato ogni futuro dedicarsi alla violenza pura, anche approfittando di manifestazioni che dovrebbero essere di sola festa come la giornata del tifoso della celeberrima squadra di calcio del Boca Juniors.

I vandalismi sono stati tali non per necessità (l’assalto ha riguardato generi di consumo voluttuari e quindi la fame non c’entra) e questo rivela come lo Stato in questi anni non abbia fatto nulla per evitarli. La situazione critica delle forze di polizia, pagate con stipendi da fame per mettere a repentaglio la propria vita quotidianamente, è servita a ingrandire ancora di più il fenomeno, dando il via libera alle orde vandaliche e costringendo i titolari di attività commerciali ad armarsi. Insomma, il caos è scoppiato e il palloncino gonfiato kirchnerista, come quello menemista nel 1999, sta iniziando a sgonfiarsi: lo scoppio è solo ritardato perché i considerevoli aumenti concessi giustamente alla polizia sono ora pretesi da tutti e questo non farà altro che accendere la spirale dell’inflazione e quindi il rischio di un’altra situazione incontrollabile.

Vedere la Presidente suonare il tamburo e ballare (non so perché ma mi è venuta in mente la famosa frase del Marchese del Grillo), sentire le Madri di plaza di Mayo difendere a spada tratta il Generale Milani, nuovo capo dell’esercito accusato di essere un ex torturatore con prove ormai talmente contundenti da non essere più discusse, le Nonne della stessa Plaza de Mayo usare parole degne della dittatura fa davvero male. Ma ascoltare cantanti come Fito Paez, Charly Garcia e sopratutto Leon Gieco, una bandiera della rinascita argentina dalla decade militare, esibirsi allegramente senza dire nemmeno una parola in memoria di giovani e non che hanno pagato e continuano a pagare il tributo alle falsità del potere, li rende complici volontari di una macchinazione alla quale solo le masse convocate spesso obbligatoriamente fingono di credere.

Mai come ora esistono due Argentine: quella della negazione e quella della realtà di tutti i giorni. L’augurio è che la seconda trovi gente capace di interpretarla, compito assolutamente non arduo in una nazione ricchissima, ma attuabile solo attraverso un dialogo, che manca da oltre 30 anni e che fa di questo bellissimo Paese una democrazia solo teorica.



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