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IRAN/ Sbai: l'accordo sul nucleare non favorisce la pace, ma il regime

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Dal 1979, anno della Rivoluzione islamica, in Iran la situazione è praticamente rimasta invariata. Se la presidenza di Khatami (1997-2005) aveva aperto uno spiraglio sottile alla possibilità di dialogo, la speranza di un cambiamento è rapidamente svanita con l'elezione di Ahmadinejad nel 2005, che ha contribuito a peggiorare ulteriormente la situazione interna.

Migliaia di persone sono state arrestate durante i cortei e centinaia nelle loro case, prigionieri che, dopo processi iniqui, stanno tuttora scontando pene inflitte per ipotizzati reati contro la sicurezza nazionale. La società civile è stata in gran parte messa a tacere, i difensori dei diritti umani sono stati vessati, intimiditi, arrestati, costretti a vivere in esilio. La condizione delle minoranze etniche e religiose è drasticamente peggiorata. Coloro che divergono dalla politica di stato, siano giornalisti, blogger, attivisti per i diritti delle donne, affrontano quotidianamente restrizioni sul diritto alla libertà di opinione, di espressione, di associazione e di riunione. 

D'altra parte, se cessassero le esecuzioni e diminuissero il livello di repressione, i mullah sanno che ciò accelererebbe il crollo di tutto il regime nel suo complesso.

Durante la campagna elettorale, il presidente Rohani ha fatto una serie di promesse che avrebbero dovuto migliorare la drammatica situazione sul fronte dei diritti umani, in particolare per quanto riguarda la condizione femminile. Nella sostanza però, nonostante la nomina di un portavoce donna, non vi è stato alcun cambiamento che portasse all'instaurazione di un sistema democratico.

Tutt'altro. L'Iran, in questi anni, ha accresciuto il sostegno al terrorismo che ha contribuito a peggiorare il suo isolamento politico.

Ma nel mutato scenario internazionale, anche all'indomani delle "primavere arabe", il fondamentalismo islamico, se prima era una piaga che riguardava solo pochi paesi, ora rappresenta una minaccia reale per la comunità internazionale.

Rajavi ha infine chiuso il suo intervento con un riferimento ai fatti di Camp Ashraf, "presidio dei rifugiati iraniani", dove il 1° settembre, secondo l'opposizione sono stati uccisi, per mano dei sicari del premier iracheno, Nuri al-Maliki, e della Guida suprema iraniana, Ali Khamenei, 52 dissidenti da parte delle forze irachene. "Coloro che hanno assediato, sparato e ucciso quelle persone dopo averle seviziate - ha concluso - prima o poi dovranno rispondere delle loro azioni davanti alla giustizia". 



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