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Esteri

FUGA DAL SUDAN/ Il carcere, la fame e gli amici: Junior e la speranza ritrovata

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Al mio ultimo arresto pesavo 95 kg, sono arrivato a pesarne 40. Non riuscivo più a camminare, ero sulla sedia a rotelle. Rifiutavo qualsiasi tipo di terapia o di alimentazione e dopo l’ennesima ingiustizia subita, davanti al comandante mi sono messo a piangere. 

Sono stato trasferito a Opera e, successivamente, nel reparto di rianimazione dell’Ospedale San Paolo di Milano. Dopo 120 giorni di sciopero della fame e della sete, quasi in fin di vita, mi viene a trovare il Magistrato di Sorveglianza a cui ero stato assegnato, cosa strana perché non ho mai sentito di un giudice che esce dal suo ufficio per andare a trovare un detenuto, oltretutto fuori dal carcere. Lui era stato avvisato dal primario dell’ospedale che gli aveva detto che stavo morendo, e che ormai avevo pochi giorni di vita. 

Quando il magistrato è venuto a trovarmi mi ha dato l’impressione che non pensasse a quello che avevo fatto, o a quello di cui ero accusato; mi è sembrato che non stesse guardando un detenuto ma un uomo che stava morendo perché non aveva più speranza nella vita.

Il magistrato mi segnala a un’associazione di volontariato che conosceva, “il tuo problema  - aveva detto - è che non hai un motivo per vivere; sono gli unici che conosco che possono darti di nuovo una speranza”.

Durante il mio ricovero ho incontrato Carlo Michele e Lorenzo, persone che mi hanno aiutato a superare quel momento drammatico. Anzitutto mi hanno offerto la loro compagnia e poi una speranza. Finalmente qualcuno mi aiutava, davvero. Il giudice del tribunale di sorveglianza di Milano mi ha sospeso la pena e i miei nuovi amici mi hanno ospitato in una loro casa. Li ho conosciuto Emanuele, Andrea, Ilaria, Gianluca e poi anche Pigi, Carmelo e molti altri che come me erano stati aiutati e sono ancora li con loro. Adesso ho tanti amici, tante speranze per cui vale la pena vivere.

Ora sconto ciò che mi rimane della pena agli arresti domiciliari. Collaboro come volontario nel magazzino dell’associazione. Senza permesso di soggiorno non posso fare nessun tipo di lavoro regolarmente. Ho un diploma professionale da meccanico che vorrei mettere a frutto in questo paese, così come le competenze che ho acquisito in carcere grazie ai corsi che ho frequentato. So fare il panettiere, il giardiniere, so usare il PC. Probabilmente senza l’incontro con queste persone, sarei morto e non sarei qui a raccontare la mia storia. Era venerdì, non sarei sopravvissuto al lunedì successivo.

Adesso spero. Ho grandi desideri per il futuro. Vorrei fare famiglia e mettere al mondo dei figli. Come hanno fatto i miei genitori con me. Sono rimasto il loro unico figlio; voglio portare avanti il nome della mia famiglia per tramandare il bene che mi ha voluto e le cose grandi che mi ha insegnato.

 

Junior

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