BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

FUGA DAL SUDAN/ Il carcere, la fame e gli amici: Junior e la speranza ritrovata

Pubblicazione:giovedì 26 dicembre 2013

Infophoto Infophoto

Caro direttore,
sono originario del Sudan. Nel mio paese c’è la guerra da anni. Nel 2005 dopo essere stato vittima di un attacco armato vicino a una chiesa - ho ricevuto un colpo di pistola nel fianco – ho deciso che dovevo andarmene per non rischiare la vita e per sperare in un futuro migliore.

Dalla Libia sono giunto a Lampedusa, dove ho chiesto asilo politico in Italia, ma la situazione era molto confusa. Sono rimasto per qualche tempo nel campo profughi; dopodiché, una mattina, siamo stati letteralmente cacciati via tutti. Non conoscevo nessuno e non avevo il permesso di soggiorno.

Decido di partire alla volta di Padova. Giunto in stazione, qualcuno mi dice che poco distante c’è un quartiere-ghetto di neri, come me, dove avrei trovato aiuto. Infatti, dopo qualche giorno che staziono nelle vicinanze, uno viene da me e mi ospita a casa sua. Ho una casa. Ma dopo un mese, quella persona mi dice che devo pagare l’affitto. Non ho più niente con me. Mi dice che per guadagnare qualcosa, devo fare quello che fa lui. Spacciare. Non volevo, e non l’avevo mai fatto, ma non potevo rifiutarmi. Dopo solo un mese  mi hanno arrestato.

Una volta uscito, sono rientrato in carcere ingiustamente perché mi trovavo al momento sbagliato nel posto sbagliato e con la fedina penale sporca. Ma non sapevo l’italiano e non potevo difendere le mie ragioni.

Nel 2010, al termine della carcerazione ho cercato in tutti i modi di ottenere il permesso di soggiorno, ma ancora una volta sono incappato nelle maglie della burocrazia italiana. E sono stato arrestato per clandestinità.

Ho deciso di protestare iniziando lo sciopero della fame e dopo essere stato ingiustamente e violentemente maltrattato, sono finito in un ospedale psichiatrico per trenta giorni, durante i quali è stata accertata la mia sanità mentale.  

Pensavo di aver pagato tutti i miei conti con la giustizia, ma un giorno, mentre andavo a lavorare - io sono meccanico - dei poliziotti in borghese mi hanno arrestato nuovamente perché sembrava che la pena non fosse scontata interamente. 

La carcerazione è dura. Ed è quasi insopportabile se sconti la tua pena per qualcosa che non hai fatto, o per un permesso di soggiorno che hai chiesto ma nessuno te l’ha rilasciato.

Durante l’ultimo periodo di detenzione ho deciso, con estrema fermezza, di fare uno sciopero della fame e della sete, per denunciare le ingiustizie e i soprusi che stavo subendo. 

La rinuncia ad acqua e cibo mi costringeva ad alternare al carcere i ricoveri in ospedale. Volevo morire. Non valeva più la pena vivere in quelle condizioni.


  PAG. SUCC. >