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REPORTAGE/ Gli occhi azzurri di suor Marcella e altre storie di Haiti

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Per le strade di Haiti (foto A. Cavalloni)  Per le strade di Haiti (foto A. Cavalloni)

Nello scorso mese di ottobre ho potuto trascorrere alcuni giorni ad Haiti grazie all’ amicizia di Alberto Piatti, presidente della Fondazione Avsi, e di Andrea Bianchessi, responsabile dei progetti della Fondazione in America latina e sull’isola, devastata dal terremoto più di tre anni fa. Desideravo vivere il mondo della cooperazione internazionale sul campo e mescolarmi – almeno per qualche ora – a persone che fanno dell’aiuto ad altre persone lo scopo della propria vita, almeno in una sua stagione. Avsi – che conoscevo praticamente solo di nome – mi ha permesso di farlo e, al ritorno, il mio desiderio è divenuto subito quello di fissare gli appunti di un viaggio per molti versi sorprendente: molto lontano non solo dai cliché turistici, ma anche da quelli che immaginavo per una missione umanitaria in luoghi di vita ferita e difficile.

Appena usciti dall'aeroporto della capitale Port-au-Prince (PaP) percorriamo strade spesso più che sterrate: a tratti interrotte da frane e da enormi buche, impraticabili senza i fuoristrada dell’Avsi. C'è gente ovunque, ma è tanto anche lo smog, il caos e soprattutto è forte – almeno per me - l’impressione che il terremoto abbia spazzato Haiti da poche settimane: mucchi di macerie e calcinacci ovunque, pochi segni di ricostruzione. Io sono incollata al sedile e al finestrino: non ho mai visto tanta devastazione e povertà. Eppure Alberto - parlando con Fiammetta Cappellini (la coordinatrice di tutti i progetti Avsi e che abita lì)- si dice sorpreso dai passi avanti e da quanto sia migliorata la città in un anno. Io non riesco a credere che la situazione sia stata ancora peggiore. Però il pensiero che nessun inferno è tale da non poter sperare di tornare indietro comincia a diventarmi concreto, reale. E’ impossibile non ripartire, o almeno provarci: certamente se c’è qualcuno che ti allunga una mano.

Arrivati al bed & breakfast, recintato da un alto muro e protetto da un cancello di ferro, entriamo scortati da una guardia armata di fucile a pompa. PaP è una città pericolosa, un'enorme bidonville senza acqua potabile e sistema fognario, dove vivono circa 3 milioni di persone. Si estende dal mare (la zona più povera) e si arrampica sui ripidi fianchi delle colline di fronte, sulla cima delle quali si trovano i quartieri più residenziali.

E' divisa in diversi comuni, molti controllati da bande armate: gruppi di giovani tra i 17 e i 25 anni (mi spiegherà in seguito Emanuele Gobbi Frattini che lavora con loro) che gestiscono il traffico di droga, garantiscono protezione in cambio di denaro ed esercitano il controllo sull'elettorato durante le elezioni.

Avsi è presente ad Haiti dal 1999 e ha vissuto il passaggio dell'uragano Jeanne nel 2004, il terremoto nel 2010 e l'emergenza colera. In questo momento sono in corso ben 27 progetti divisi tra PaP, Les Cayes al sud e Cap Haitien a nord.



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