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Esteri

IL CASO/ 2. La Germania, i "pugni sul tavolo" e l’interesse nazionale in Europa

La bandiera della Germania (Foto: Infophoto)La bandiera della Germania (Foto: Infophoto)

Il sostanziale insuccesso delle forti pressioni esercitate congiuntamente da FMI, OSCE, Banca Mondiale, Stati Uniti, Francia ed altri paesi europei, tra cui il nostro, sulla signora Merkel nei periodi più acuti della crisi europea dei debiti sovrani (ad esempio sui cosidetti “Union Bonds”) dovrebbero essere sufficienti prove empiriche della dabbenaggine di posizioni sterilmente muscolari.

Abbandonando la prospettiva delle vecchie e nuove mosche cocchiere, la constatazione da cui partire appare allora altra. La moneta unica, e quindi il nostro paese, è stato salvato, con il concorso attivo del nostro governo, dall’unica istituzione europea che aveva il potere di decidere a maggioranza, addirittura con il voto contrario della Bundesbank, la BCE. Se la detta istituzione avesse dovuto decidere con il metodo intergovernativo, tipico del coordinamento economico, come è oggi previsto dai trattati, staremmo a commentare un altro film, senza lieto fine.

Questo dato non può non far riflettere. Indica che l’argine allo strapotere di paesi come la Germania coincide piuttosto con un salto di qualità del processo integrativo, anche sulle politiche economiche, oggi coordinate secondo un metodo peer to peer.

Occorre cioè costruire istituzioni in cui si riesca a far prevalere l’interesse collettivo e dotate di poteri coercitivi esercitati democraticamente e a maggioranza. Al di fuori di ciò c’è la legge del più forte.

Mettendo allora da parte puerili posizioni anti-tedesche, è, all’opposto, rassicurando, seguendo ed incorporando il gigante europeo nell’ambiziosa costruzione federale, che si coltivano i nostri interessi. Spingiamo senza paura sull’acceleratore della storia. Puntiamo a far da battistrada per audaci cessioni simmetriche di sovranità. Ne avremmo da guadagnare.

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