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TUNISIA/ L'esperto: dopo l'addio a Belaid e Jebali partirà il "tutti contro tutti"

Pubblicazione:giovedì 21 febbraio 2013

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Se uno fa i conti si accorge che sono passati due anni dalla fuga di Ben Ali, un po’ meno dall’abbandono di Mubarak, ancor meno dalla guerra di Libia, dal rovesciamento di Gheddafi, ma non mi sembra che questi paesi abbiano trovato un punto fermo. Forse, addirittura, la Tunisia è quello che ha raggiunto maggior equilibrio, perché la situazione in Libia ed Egitto è ancor più grave. Temo che ci vorrà tempo, non è prevedibile quanto.


In questo contesto che ruolo gioca la questione religiosa?

In generale sulla carta la questione religiosa è significativa. Però forse in Tunisia ha un impatto minore rispetto ad altri stati del Golfo. Rispetto ai vicini, a cominciare dall’Algeria, ha sempre avuto una dimensione diversa.

 

In che senso?

Faccio un esempio: in Tunisia nel 1956 il presidente aveva garantito la parità tra uomini e donne. E quando lo scorso anno il partito religioso cercò di inserire nella bozza di costituzione la complementarietà della donna rispetto all’uomo, la non parità, ci furono delle proteste delle donne che spinsero il partito a ritirare l’emendamento. Per cui la religione incide in quelle società, però forse in Tunisia quest’impatto è più sfumato. Il partito islamico al potere non ha manifestato apertamente l’intenzione di una svolta religiosa autoritaria, anzi è sembrato voler andare incontro a esigenze di una certa laicità dello Stato.

 

Le tensioni in Tunisia potrebbero avere ricadute negli altri paesi della primavera araba?

In Libia la situazione è tutt’altro che tranquilla, il governo di Tripoli non ha il controllo di alcune zone della Libia, ci sono forti attriti tra Tripoli e Bengasi. Si parla di un futuro federale, come in Iran, e questo porterà a forti contrasti interni. In Egitto, come abbiamo visto nelle ultime settimane, sembra di vedere un film già visto: le proteste in piazza, gli scontri, il tentativo dei Fratelli musulmani di dare una svolta autoritariamente religiosa alla politica egiziana. Non credo che ci sia un nesso diretto questa volta come invece c’è stato tra la fine del 2010 e il 2011. Non penso quindi che la situazione in Tunisia abbia un effetto a cascata sugli altri paesi.

 

Per l’Italia, invece, ci potrebbero essere delle conseguenze?

Sul piano politico diretto non credo, ormai l’Italia si muove nell’ambito dell’Unione Europea che ha già condannato l’uccisione del leader dell’opposizione e osserva con attenzione le vicende tunisine. L’unico effetto che ci potrebbe essere, se la situazione degenerasse ulteriormente, è quello relativo a una ripresa dei cosiddetti sbarchi sulle nostre coste.

 

(Elena Pescucci)



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