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Esteri

LIBIA/ Il paese "senza Stato" cerca un nuovo Gheddafi

A un'anno e mezzo circa dall'assassinio di Gheddafi, la Libia continua la sua difficile transizione verso la legittimità di governo. Ma la strada non si trova. MICHELA MERCURI

(Infophoto)(Infophoto)

In molti scrivono che Gheddafi, durante gli ultimi giorni di vita, abbia più volte sentenziato “senza di me la Libia sarà peggio della  Somalia”, oppure, “dopo di me il caos”. Oggi, quelle che sembravano le minacce dell’ultima ora di un tiranno alla fine della sua dorata dittatura rischiano di divenire una profezia che si avvera.

La Libia è nel caos: è questo, oggi, il quadro a tinte fosche di un paese in bilico tra una difficile ricerca di democrazia e il baratro dell’anarchia.

E’ vero che Gheddafi più di un anno fa ha lasciato in eredità uno “scatolone di sabbia” senza istituzioni, senza una società civile unitaria, senza un sistema economico strutturato ed è anche vero che nessuno ha mai messo in dubbio la grande difficoltà insita nel dover costruire da zero uno Stato, ma è altrettanto vero che la situazione del paese, in questo momento, appare quantomeno preoccupante.

Anche se naturalmente le speranze di tutti sono riposte nei nuovi leader che stanno a fatica traghettando il paese sulla strada della transizione, con un po’ di necessario realismo, e a ben guardare il puzzle libico, sono molti gli elementi che potrebbero farci propendere più per l’ipotesi dell’ingovernabilità che per quella, ben più rosea, della stabilità.

In primo luogo va menzionata l’evidente mancanza di un sistema istituzionale funzionante ed efficace. Il governo del nuovo primo ministro Ali Zeidan, nominato nell’ottobre scorso dal neoeletto parlamento, non si è fin qui dimostrato capace di garantire il processo di pacificazione, l'applicazione dello Stato di diritto e il ripristino di adeguate condizioni di sicurezza, non controllando ampie parti del paese, soprattutto nel Fezzan e nella Cirenaica. Basti ricordare che, pochi giorni orsono, i parlamentari libici, mentre stavano discutendo la delicata legge sull’“isolamento politico” degli ex collaboratori del governo Gheddafi, sono stati sequestrati per ore da una folla di manifestanti che hanno assediato la sala dove erano riuniti. E non solo, uomini armati hanno aperto il fuoco contro l'auto del presidente del parlamento libico, Mohamed Magarief, per altro  già scampato a un attentato a inizio gennaio a Sabh.

A questa grave instabilità politica fa eco il problema, mai sopito, dell’endemico stato di insicurezza in cui versa il paese e che rischia di consegnare la Libia al dominio dei tuwwar, le bande armate dei ribelli che, dopo la fine delle ostilità e la disgregazione delle forze militari del regime di Gheddafi, hanno occupato il territorio libico, costituendosi come micro-gruppi di potere con un controllo territoriale circoscritto.