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Esteri

TURCHIA/ Ferrari (Corriere): a Erdogan non conviene "mediare" tra estremisti e Stati Uniti

Per ANTONIO FERRARI, le dichiarazioni di Erdogan possono compiacere l’istinto degli islamisti, ma corrodono proprio quell’immagine di moderazione che la Turchia riteneva di rappresentare

Tayyip Recep Erdogan (InfoPhoto)Tayyip Recep Erdogan (InfoPhoto)

“L’islamofobia è un crimine contro l’umanità, al pari del sionismo, dell’antisemitismo e del fascismo”. Lo ha affermato il presidente del consiglio turco, Tayyip Recep Erdogan, nel corso di un forum organizzato dalle Nazioni unite a Vienna. Una dichiarazione proprio alla vigilia del viaggio ad Ankara del segretario di Stato Usa, John Kerry, che venerdì è approdato sul suolo turco. Ancora prima di atterrare, Kerry aveva definito le parole di Erdogan come “particolarmente offensive” e dagli “effetti corrosivi”. Ilsussidiario.net ha intervistato Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera.

Da quali motivazioni politiche nasce la dichiarazione di Erdogan sul sionismo?

Erdogan è un leader che non sa frenare la spinta emotiva che lo contraddistingue. Non sa essere diplomatico e in alcune occasioni neanche politico. Dopo le tensioni tra Turchia e Israele seguite all’incidente della Flottilla pacifista attaccata dalle forze speciali israeliane, pochi giorni fa il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, ha dichiarato che era pronto a riavviare la cooperazione militare e strategica che aveva caratterizzato i rapporti tra i due Paesi. Anche per questo l’uscita di Erdogan, che ha paragonato sionismo, fascismo e antisemitismo, è di una gravità eccezionale. Ritengo che il premier turco non se ne renda neppure conto.

Qual è secondo lei la vera natura del sionismo?

Il sionismo è un’ideologia rispettabile e all’inizio ha avuto una funzione portante per la nascita dello Stato di Israele. Inizialmente si è caratterizzato per un inno alla convivenza, per il fatto di voler creare le condizioni perché tutti gli uomini, a prescindere dalle loro religioni ed opinioni, potessero trovare un terreno comune. La polemica contro il sionismo nuoce a Erdogan, creando conseguenze molto serie nella complessa area mediorientale. Venerdì il segretario di Stato americano, John Kerry, è arrivato ad Ankara e lo stesso portavoce del dipartimento di Stato della Casa Bianca ha dichiarato che queste frasi hanno effetti corrosivi sulle relazioni tra gli Stati Uniti e la Turchia.

L’obiettivo di Erdogan è anche quello di ergersi a modello per il mondo musulmano?

Sì, anche se si tratta di un modello che giova agli estremisti, e non agli arabi moderati. Questi ultimi in passato guardavano alla Turchia come a un Paese che riusciva a essere secolare, pur avendo grande rispetto per le tradizioni religiose e in particolare per l’Islam. Le dichiarazioni di Erdogan sul sionismo non fanno certo del leader turco una guida autorevole per gli altri Stati musulmani. Può compiacere l’istinto degli estremisti musulmani, ma corrode proprio quell’immagine di moderazione che Erdogan riteneva di rappresentare.

Quali saranno gli effetti di lungo periodo legati a questa polemica?