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DIARIO BUENOS AIRES/ La risposta all'alluvione nel segno di Francesco

Pubblicazione:martedì 16 aprile 2013

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20.00. (già senza energia elettrica) sopra le sedie nelle quali stavano fermi i ragazzi, già arrivava l’acqua. Allora ho messo altre quattro sedie sopra il tavolo da pranzo e ho aiutato i tre bambini, la loro madre e la piccolina, che piangevano di paura, a salire.

Era sempre più difficile circolare per casa, tutto galleggiava: sedie, libri, carte, poltrone, perfino il frigorifero. Le domande continuavano:”Papi moriremo?” “La casa cadrà?”. Ana propose di pregare, ma una cascata di epiteti uscì dal più piccolo dei ragazzi che disse: “Perché pregare Gesù se ci sta facendo succedere questo?”.

20.30. Un metro d’acqua dentro casa. Chiamo mio suocero e mio padre, per sapere come stavano. Furono le ultime chiamate che riuscii a fare e furono provvidenziali, visto che non riuscii a comunicare con nessun’altro. La strada era già un fiume fangoso che travolgeva tutto.

I vicini che potevano scappavano, gli altri gridavano chiedendo aiuto. I bambini ora ci chiedevano di pregare. L’acqua continuava a salire. Non posso spiegare con parole quello che sentivo in quel momento. Sopra il tavolo da pranzo c’era il mio tesoro più importante e non sapevo come salvarlo. Avrei dato assolutamente tutto quello che avevo per poterli mettere in luogo asciutto e sicuro. In quel momento non sapevamo se l’acqua si sarebbe fermata lì o se avrebbe continuato a salire, arrivando a due metri, o fino al tetto.

21,00. Notte buia, la pioggia non si fermava. Mi venivamo in mente cose assurde, come far salire in qualche modo tutta la famiglia sul tetto di casa, ma non avevo una scala. Nel bel mezzo dalla disperazione sento mio padre che mi chiama dalla finestra urlando. Non so come era arrivato, perché era praticamente impossibile avvicinarsi alla casa, era con mio cugino Ber.

21.30. Discutemmo un po’ il piano di salvataggio visto che la manovra era abbastanza rischiosa. Fuori ora pioveva e c’era molto vento. Bisognava attraversare la strada che era un turbolento fiume notturno di 1,2 metri di profondità.

21.45. Primo viaggio schivando buche, gradini e macerie. Mio cugino aveva fatto un rilevamento del terreno e sapeva dove c’erano i principali ostacoli. Nel primo viaggio eravamo papà, mio cugino con Mati sulle spalle e Jere sopra di me. Ana, Luciano e Ana Clara aspettavano sopra il tavolo il nostro ritorno.

Avevo molta paura quando uscii, e molta di più quando dovetti attraversare la strada, l’acqua spingeva forte e a malapena riuscivo a mantenere l’equilibrio. Arrivammo all’auto di mio padre sani e salvi, lasciammo Jere e Mati con mio padre e tornammo a prendere gli altri. Ana racconta che nella nostra interminabile assenza Luciano le chiedeva di pregare, perché tremava spaventato.

Entrai in casa schivando, libri, sedie e mobili che galleggiavano, mia moglie mi passò la neonata, mio cugino si caricò Luciano e uscimmo. Avevo il panico, stavo per attraversare un fiume con corrente forte e profondo 1,2 metri con pioggia e vento, di notte, con una bimba di 40 giorni. Attraversai con Ana Clara avvolta in asciugamani e coperte, abbracciandola all’altezza del mio collo perché non si bagnasse.

Improvvisamente, mia moglie Ana perse l’equilibrio e quasi il fiume se la portò via, ma mio cugino le tese la mano e potemmo tutti e cinque continuare la traversata. Girammo l’angolo, io camminavo veloce, Ana Clara dormiva; incredibile, dormiva! Arrivammo all’auto, mio papà ci stava aspettando. Io ero confuso, non so cosa dissi, non mi ricordo.


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