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BOMBE A BOSTON/ Foa: social media e insicurezza, così funziona il terrore 2.0

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Rientra normalmente nel comportamento ufficiale. Se torniamo indietro nel passato e ripercorriamo la condotta delle autorità americane dopo l’11 settembre, in quel caso il terrorismo era evidente ma impiegarono 24 o 48 ore prima di indicare in Al Qaeda un possibile responsabile. In questo caso Obama vuol forse evitare errori come in occasione dell’attentato in Oklahoma 20 anni fa, quando inizialmente si disse che si trattava di un attentato a matrice islamica e poi risultò, invece, essere stato commesso da un estremista americano. Il rischio in questi casi è quello di indicare un possibile obiettivo, ingenerando una caccia all’uomo.

 

Come viene gestita la comunicazione tra tv, radio, social network?

Dal punto di vista istituzionale come sempre. Ci sono due livelli, costituiti dai blog e da twitter, dove la gente scrive ciò che pensa; poi c’è l’informazione formale. Quello che è cambiato con l’avvento delle nuove tecnologie (smartphone, ipad…) è che tutta una serie di testimonianze che prima erano possibili solo grazie a fotografi e giornalisti sul posto oggi vengono avvalorate da persone che sono sul posto, non per forza giornalisti. Molte delle immagini, i primissimi filmati, di gente riversa a terra sanguinante sono di persone che erano lì e hanno avuto la prontezza di spirito di filmare, anche per l’uomo in nero credo sia andata così.

 

Cos’è cambiato rispetto a prima dell’avvento delle nuove tecnologie?

È cambiato un po’ il rapporto: prima l’uscita delle notizie e delle immagini era sempre e comunque istituzionale, oggi invece le istituzioni fanno uscire le notizie formali controllate secondo il loro punto di vista, ma al contempo devono gestire, spiegare o relativizzare le immagini che escono dai testimoni sul posto. Il che rende per un comunicatore la sfida ancor più interessante ma ovviamente ancor più complicata. È una nuova forma cui chi si occupa di comunicazione deve far fronte e considerare.

 

E dal lato dei giornalisti?

I giornalisti tendono a pubblicare le notizie verificate o da fonti che loro ritengono credibili. Fa parte dell’abc del giornalista avere delle fonti non ufficiali, perché se noi ci limitassimo a pubblicare solo quello che esce è chiaro che si fa un’informazione piatta. C’è un problema storico: non sai mai se quel che tu raccogli da una fonte che tu proteggi perché è una fonte anonima sta usando te o se tu usi la fonte. È un dilemma che non si è mai risolto. In questo caso è chiaro che i giornalisti tendono, specialmente quelli del posto, a far valere rapporti consolidati da tempo. È come se a Milano o Roma ci fosse un attentato, il cronista di Milano o Roma è privilegiato. Poi c’è la questione di monitorare che cosa esce sui siti, cosa diventa verità.

 

In che senso?



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