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MARO'/ Curti Gialdino: difesa sbagliata, rischiano l'accusa di terrorismo

Pubblicazione:sabato 27 aprile 2013 - Ultimo aggiornamento:sabato 27 aprile 2013, 12.25

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L’ordinanza della Corte Suprema aggiunge che questo tribunale speciale “dovrà occuparsi esclusivamente del caso” dei marò e “dovrà operare con ritmo quotidiano”. Fino alla piena operatività del detto tribunale i due marò resteranno comunque sotto la custodia della Corte Suprema e potranno continuare a risiedere nell’Ambasciata d’Italia a New Delhi.

Risulta così pienamente confermata l’estrema debolezza del firewall costituito dalle assicurazioni scritte” che, con grande leggerezza, il 21 marzo scorso sono state ritenute dal Governo italiano “adeguate” ai fini della decisione di “riconsegnare” all’India i due marò. Invero, assicurazioni del genere non possono essere considerate “adeguate”, quando non sia offerta la “garanzia assoluta” che lo Stato cui la persona debba essere consegnata non applichi la pena di morte.

Lo affermò con limpida chiarezza la nostra Corte costituzionale nel caso Venezia, con sentenza n. 223 del 25-27 giugno 1996, concernente un caso di estradizione verso gli Stati Uniti di un cittadino italiano accusato di omicidio di primo grado con sentenza di una Corte della Florida. A seguito della nuova ordinanza della Corte Suprema i media si sono interrogati quanto alla possibilità che, per il reato di cui sono imputati, possa essere irrogata ai marò la pena capitale. Ora, a prescindere dalla segnalata inadeguatezza delle dette “assicurazioni scritte” - ed a maggior ragione delle assicurazioni verbali che il Primo ministro indiano Manmohan Singh avrebbe dato al nostro Presidente del Consiglio nel colloquio telefonico del 9 aprile 2013, secondo quanto si apprende dal comunicato stampa che figura sul sito di Palazzo Chigi - l’ipotesi della pena capitale appare francamente inverosimile.

Riteniamo impensabile infatti che sia addebitata ai fucilieri una condotta che concretizzi un atto di terrorismo, essendo assenti i presupposti (atti di violenza contro una persona a bordo, posti in essere illecitamente ed intenzionalmente, i quali siano suscettibili di compromettere la sicurezza della navigazione della nave (articolo 3, par. 1, lett. b della convenzione di Roma del 1988). Anzitutto, l’azione dei marò a bordo della Enrica Lexie, lungi dall’essere illecita, si inseriva in un’attività di contrasto alla pirateria, che trova fondamento nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, prima ancora che nella legge italiana.

Inoltre, è pacifico che nello sfortunato incidente la condotta dei due fucilieri non ha avuto alcuna intenzionalità, ma è dipesa, semmai, da un comportamento colposo. Infine, l’azione non ha intralciato la sicurezza della navigazione della nave, che è rientrata in porto senza bisogno di alcun soccorso. E ciò in disparte dall’immunità funzionale dei due marò, i quali nella fattispecie hanno agito nell’esercizio delle funzioni di organo dello Stato italiano, il che dovrebbe di regola comportare il difetto della giurisdizione dell’India.

Alla luce di questa nuova, prevedibile, débacle della difesa italiana, trascorsi inutilmente 14 mesi dai fatti, appare indispensabile che il prossimo Governo individui gli strumenti opportuni per assicurare il coordinamento dell’azione italiana, che finora non si è dimostrata particolarmente efficace né sul piano politico-diplomatico, né su quello propriamente giudiziario. In questo contesto si auspica altresì un deciso impegno del nuovo Governo anche nei confronti degli oltre 3mila detenuti italiani all’estero, mediante un significativo rafforzamento dell’assistenza diplomatico-consolare di cui gli stessi hanno diritto.



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