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THATCHER/ Waters: ha guarito la Gran Bretagna ma ci ha "regalato" la crisi

“Margaret Thatcher (1925-2013) è stata una donna che innanzitutto prese sul serio le sue responsabilità. Rifiutò di avere il potere senza usarlo”. JOHN WATERS (The Irish Times)

Margaret Thatcher (InfoPhoto) Margaret Thatcher (InfoPhoto)

Si dice che la carriera di Margaret è stata un enigma, in realtà è enigmatica solo in termini ideologici. In termini umani, rappresenta qualcosa di molto vicino alla coerenza. 

Naturalmente non era plausibile che una donna arrivasse nel panorama nella politica britannica - la prima donna, e fino ad oggi la sola donna, a raggiungere un tale potere e una tale rilevanza - e fosse più determinata di tutti gli uomini che l’hanno preceduta. Nel corso degli anni Ottanta - la decade più turbolenta di tutte -, sembrò che avesse inventato se stessa come un personaggio da fumetto, quella “Lady di ferro” risoluta, incrollabile e indisponibile a rivedere le sue decisioni su ogni questione, e che dichiarava non esserci alcuna alternativa ad ogni sua proposta.

La sua determinazione nel perseguire la sua visione delle cose, la sua filosofia - comunque ora la si voglia chiamare - sembrava a volte favorire il disastro in virtù del suo rifiuto di adattare o correggere il particolare meno rilevante delle sue affermazioni iniziali. Su diversi tipi di questioni - gli scioperi della fame dei repubblicani irlandesi, la guerra delle Falkland, lo sciopero dei minatori - spesso faceva mostra di esistere semplicemente per ripetere quello che aveva già detto: che non ci sarebbe stata alcuna resa alla tirannia, al terrorismo o al ricatto morale. Poiché la politica è l’arte del possibile, il che implica processi di negoziazione, si ritenne fin dalla prima fase della sua premiership che queste posizioni fossero o tattiche o retoriche. Ma, situazione dopo situazione, la signora Thatcher ci mostrò che era seria. E che non era la donna delle svolte. Gradualmente, ciò che era sembrato l’atteggiamento di una donna aspra divenne qualcosa di più: un persona genuinamente risoluta, le cui prospettive in evoluzione si erano tramutate in principi e non erano, perciò, materia negoziabile. 

Queste reazioni di Margaret Thatcher fecero sì che l’iniziale compiacenza delle generazioni di sinistra emergenti, scatenate nella cultura dalle rivoluzioni degli anni Sessanta, si trasformassero in qualcosa di simile a - e a volte anche oltre - l’odio.  “Thatcheriana”, allora, era l’appellativo peggiore che si sarebbe potuto dare a qualcuno, un motto retorico abbastanza vuoto, che non aveva in realtà bisogno di trovare fondamento nella sostanza di alcuna idea o narrativa politica. Bastava il pregiudizio.

La signora Thatcher divenne il bersaglio della derisione e degli attacchi violenti di un’intera nuova generazione di teorici, commentatori, comici, musicisti britannici e, sì, di femministe; queste ultime consideravano la sua durezza come un tradimento dei valori femminili (era, dicevano, un uomo sotto mentite spoglie). Eppure lei non si piegò. Infatti, almeno in pubblico, sembrava felicemente inconsapevole del risentimento, così spesso di natura personale, nutrito verso di lei.

Il suo attacco violento verso il sindacalismo militante, il trattamento implacabile riservato ai minatori in sciopero, la sua insistenza nel mobilitare massicce risorse militari per difendere un minuscolo e dimenticato terriorio britannico nel sud Atlantico, la sua apparentemente insensibile indifferenza per le sorti degli esponenti dell’Ira in sciopero della fame - tutte queste vicende alimentarono il nostro senso crescente che questa donna fosse una sorta di potere oscuro, priva di qualità quali compassione e tenerezza normalmente associate alla femminilità. Ma tutto questo dire sembrava passarle sopra.