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DALL’ARGENTINA/ Videla è morto, ma ancora non siamo liberi

Pubblicazione:sabato 18 maggio 2013

Jorge Rafael Videla Jorge Rafael Videla

In Argentina tutto ciò, nonostante la nascita e il proliferarsi di partiti quali quello socialista, comunista e radicale, e la presenza al loro interno di figure storiche quali quella di Hipolito Yrigoyen e Alfredo Palacios, deve attendere molto tempo e diventerà realtà nell’unico modo possibile (e anche unico esempio della Storia) con l’ascesa di Juan Domingo Peron... un militare messo al potere dalla classe operaia.

Il movimento peronista, complice anche un’Europa distrutta dalla Seconda guerra mondiale, porta l’Argentina a godere di uno sviluppo senza precedenti, fenomeno dovuto alla grande potenza del settore agricolo e ai suoi immensi allevamenti. Progresso, conquiste sociali quindi, ma a prezzo di una dittatura assoluta, dove il pensiero è uniformato e quello avverso al potere bandito. Sebbene ci siano altre ragioni che si possono individuare nell’enorme potenza economica che rischiava di contrastare lo sviluppo statunitense nell’area, e nell’allineamento di Peron alla “terza via” sostanzialmente equidistante dal dualismo Usa-Urss, il colpo di Stato (l’ennesimo) del 1955, chiamato  “revoluccion libertadora” e gestito da un ristretto gruppo di militari appoggiati dagli Usa, venne proclamato (lo dice la denominazione stessa) in nome di una “libertà” perduta. Ma questa operazione ha costituito uno dei più clamorosi errori nella storia Argentina, perché a causa della crisi economica di quegli anni  e della sfrenata statalizzazione imposta dal regime, Peron sarebbe caduto da solo perché iniziava a venir meno proprio l’appoggio popolare che gli aveva garantito il successo. Invece così un fenomeno politico che doveva passare alla storia si è trasformato in un martire che, benché Peron fosse esiliato e il partito coscritto, essendo legato a un’epoca aurea, ha vieppiù moltiplicato i suoi adepti, rimanendo una forza politica di grande importanza e seguito.

Quando, nel 1973, il peronismo poté presentarsi alle elezioni le vinse, e il Presidente eletto, Campora, affettuosamente chiamato “El Tio “ (lo zio) dopo soli 49 giorni dalla sua elezione, cedette il potere al Generale, rientrato dall’esilio spagnolo. Ma il Peron rientrato in Patria non era per niente simile a quello che era stato costretto a lasciarla: la sua scelta di escludere la sinistra montonera del movimento peronista, nel famoso discorso del 1 maggio del 1974, fu la miccia che fece scoppiare la tragedia.

La decisione dei montoneros di passare alla lotta armata, le loro azioni guerrigliere che misero a soqquadro la vita del Paese, provocarono una guerra civile con numerosi morti innocenti che scatenarono la reazione di ampi strati della popolazione. La contemporanea morte di Peron, la debolezza politica della moglie Isabelita che gli successe, unita ai suoi errori giganteschi e l’ascesa all’interno del potere dell’Alleanza Anticomunista Argentina promossa dall’ex maggiordomo di Peron, il sinistro Lopez Rega, unitosi alla influentissima Loggia P2 e ai suoi annessi non solamente politici, provocarono il colpo di Stato del 24 marzo del 1976 con l’instaurazione della prima delle quattro giunte militari e l’inizio del denominato “Processo di Riorganizzazione Nazionale” che ha avuto in Videla il suo protagonista principale.


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