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DALL’ARGENTINA/ Videla è morto, ma ancora non siamo liberi

Pubblicazione:sabato 18 maggio 2013

Jorge Rafael Videla Jorge Rafael Videla

È inutile ripetere quanto successe in quella decade, della  quale si è parlato tantissimo, scritto e dibattuto  altrettanto. Vale però la pena ricordare che le proteste più accanite nella società argentina si sono avute solo con il ritorno della democrazia e la Presidenza di Alfonsin che cercò in tutti i modi di affrontare l’immenso fardello di problemi che la dittatura gli aveva lasciato: un Paese in una bancarotta abissale, una ricostruzione politica dalle fondamenta senza avere più un’intera generazione scomparsa e anche un passato genocida da giudicare. Di certo la gran parte della popolazione non l’aiutò, anzi favorì la sua destituzione, avvenuta con le elezioni del 1989, a opera del peronista Carlos Menem con il primo passaggio di consegne democratico della storia Argentina.

L’illusione del ritorno del peronismo e dei tempi d’oro fu però di breve durata e aprì le porte al default del 2001, dopo un decennio vissuto in un regime neoliberista che ha distrutto molti settori vitali dell’economia del Paese, per passare poi all’epoca del kirchnerismo, altro prodotto peronista, le cui attuali vicissitudini stanno portando il Paese all’ennesimo disastro che i lettori de Il Sussidiario conoscono molto bene.

E pensare che altri regimi dittatoriali, una volta terminati, hanno portato le nazioni che li hanno subiti ad uno sviluppo invidiabile, dovuto principalmente a un fattore comune ed importantissimo: l’instaurare un dialogo veramente democratico dove chi la pensa in modo diverso non è un nemico da eliminare (nel corso dei decenni con le armi, ora con l’economia di stampo nazionalpopolare sempre più simile a un assolutismo monarchico). Italia, Spagna, Cile e Brasile hanno saputo risorgere e progredire in nome della vera democrazia. L’Argentina purtroppo no.

E allora mi son chiesto: a cosa sono serviti dieci anni di regime genocida? Poi ho pensato alle enormi manifestazioni che hanno contraddistinto questi ultimi due anni e soprattutto, accendendo la televisione e la radio, ho sentito che questa è la domanda che si fanno in tanti. Segno che, forse, siamo veramente vicini a un cambio atteso da più di trent’anni.



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