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DALL’ARGENTINA/ Videla è morto, ma ancora non siamo liberi

Ieri è morto Jorge Rafael Videla, che guidò un regime militare in Argentina dal 1976 al 1981 dopo u colpo di Stato ai danni di Isabelita Peron. Il commento di ARTURO ILLIA

Jorge Rafael Videla Jorge Rafael Videla

Confesso che nell’apprendere la notizia della morte del Generale Videla il primo pensiero che mi è passato per la mente, visti anche i tempi e la situazione attuale, è stato quello di chiedermi se l’Argentina avesse imparato qualcosa dalla decade di una dittatura genocida  (di cui Videla fu il simbolo predominante)  tra le più feroci della storia dell’umanità. La storia dell’Argentina è stata molto spesso scritta col sangue, epilogo di una nazione che, come tante nell’America Latina, nacque con gli ideali dell’Illuminismo, i suoi cambi radicali ispirati dal vento di una Rivoluzione, quella Francese, che nel sovvertire l’ordine monarchico costituito terminò con una dittatura, quella napoleonica, con un cammino che poi venne tristemente replicato con la Rivoluzione d’Ottobre in Russia.

La particolarità di quest’angolo remoto del Sudamerica consta nel fatto di essere stato teatro di una emigrazione grandissima, vista la sua immensa  estensione e la mancanza di una cultura autoctona di riferimento paragonabile a quella di altri paesi latinoamericani. Qui non c’è mai stata osmosi, ma solo distruzione portata non solo per il processo di nascita e sviluppo della nazione e la sua definizione di governo tra federalismo e  unitarietà guidata da Buenos Aires, fatto protagonista di infinite guerre civili, ma è poi proseguita con la distruzione sistematica delle entità indigene che popolarono il Paese prima della sua scoperta, etnie che più o meno pacificamente vivevano in contatto tra loro creando una situazione molto simile a quella degli agglomerati indigeni del Nord America. Distruzione che prese il nome singolare di “Guerra del Deserto” alla conquista dell’immenso e fertile territorio che si estendeva fino ai limiti del Continente.

Grandi latifondi si appropriarono di queste terre e, visto che l’indio ormai era quasi scomparso, ecco iniziare il processo immigratorio che è continuato quasi ininterrottamente fino alla seconda metà del secolo scorso: con esso arrivano dall’Europa pure gli ideali che permeavano molti di coloro che fuggirono dalla fame provocata in gran parte dalla barbarie della Rivoluzione Industriale e anche le continue guerre. Nobili ideologie che però contrastavano fortemente con la mentalità dell’aristocrazia terriera argentina… ed ecco allora le armi rivolgersi nella repressione di questi movimenti, che con molte difficoltà riescono a svilupparsi e a portare alla nascita di partiti. Ma per moltissimi emigranti l’unica via da seguire è quella dell’esilio, attraversando il Rio della Plata per stabilirsi in Uruguay. Che difatti sotto questa spinta portata da loro diventa il faro della democrazia, e non solo in Sudamerica : sotto la Presidenza del giornalista José Battle de Ordonez, a cavallo tra il 1914 e il 1919, si produssero cambiamenti politici all’avanguardia non solo per quell’epoca, quali la giornata di lavoro di 8 ore, il diritto alle ferie, l’istruzione e l’assistenza sociale, una legge sul divorzio che include anche la volontà della donna.