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Esteri

IRAN/ Elezioni e petrolio, il "mix" che può portare l’ayatollah in Occidente

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Il potere della Guida suprema è in pratica assoluto, e in forza di esso Ali Khamenei ha escluso dal novero dei candidati alle odierne elezioni l’ex-presidente Akbar Hashemi Rafsanjani, un “moderato” probabilmente in grado di raccogliere voti anche dalle file di movimenti di opposizione non rappresentati in Parlamento; voti che molto probabilmente gli sarebbero valsi l’elezione alla presidenza. Quando però da ambienti cosiddetti moderati è stata perciò lanciata l’idea di boicottare le elezioni, lo stesso Rafsanjani è intervenuto pubblicamente invitando invece i propri sostenitori a non disertare le urne ma a votare Hassan Rohani, l’altro “moderato” rimasto in lizza.

D’altro canto, fatto curioso ma vero, pur se all’interno di uno spazio politico appunto definito dalla Guida suprema, le elezioni si svolgono poi in modo sostanzialmente libero. I circa 50 milioni di iraniani chiamati alle urne possono realmente scegliere tra sei candidati di vario orientamento, chi più o meno “conservatore” e chi più o meno “moderato”, nessuno dei quali può vantare di essere il candidato ufficiale unico di Ali Khamenei. Entro i limiti di tale contesto l’esito delle elezioni non è irrilevante. Dal suo esito la Guida suprema potrà capire, e non è cosa da poco, fino a dove potrà e dovrà tirare la leva dell’intransigenza e rispettivamente quella della flessibilità innanzitutto sulla grande questione del programma nucleare, massimo motivo di frizione fra Teheran e l’Occidente,  e in primo luogo gli Stati Uniti. 

Impegnandosi a fondo in tale programma soprattutto per ragioni di orgoglio nazionale, e per lo stesso motivo schierandosi clamorosamente contro Israele, il presidente uscente Ahmadinejad ha infilato il Paese in un vicolo cieco. Mentre infatti da un lato l’Iran, peraltro grande produttore di petrolio, non ha il grado di sviluppo tecnico-scientifico necessario per potersi dotare di un’industria energetica nucleare davvero efficiente e autonoma, dall’altro questo tentativo (con il sospetto che Teheran mirasse al suo uso non solo pacifico ma anche militare) gli è costato attriti, sanzioni economiche da parte dell’Occidente e atti di guerra “subacquea” da parte di Israele, tra cui gli omicidi mirati di molti dei suoi migliori tecnici e scienziati nucleari. 

Siamo poi al paradosso di uno dei maggiori produttori mondiali di greggio che deve importare benzina e altri prodotti raffinati poiché ha una capacità di raffinazione insufficiente a coprire la domanda del proprio mercato interno. 

La realtà è che il gelo dei rapporti tra l’Iran e l’Occidente non conviene a nessuna delle due parti in causa. Non all’Iran che per ammodernare e riequilibrare la propria struttura economica ha bisogno di tecnologie e macchinari di qualità occidentale, e non all’Occidente poiché l’unico effetto pratico di rilievo delle sanzioni è stato quello di trasformare la Cina nel primo acquirente di idrocarburi iraniani (seguita peraltro a breve distanza dal Giappone).