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Esteri

ALGERIA/ Ecco chi sono gli estremisti che lavorano al prossimo golpe

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Di cosa parla Hdeibi? Con tutta probabilità, il portavoce dell’alleanza islamista fa un parallelo piuttosto chiaro con ciò che accadde fra il 1990 e il 1994, quando il Fis prese il potere in Algeria e lasciò poi al Gia il compito di massacrare la popolazione, assieme ai militari. Con il pretesto di voler salvare il Paese e di far tornare nelle mani del popolo la capacità decisionale a livello politico. E lasciando a terra 380mila anime per le quali nessuno è stato condotto alla sbarra all’Aja. Molti ci sono andati per molto meno. 

Tutto torna, dunque, con date e strategia di inserimento nel tessuto politico. Non a caso, peraltro, sempre Al-Hayat riporta la circostanza secondo la quale i Fratelli musulmani in Algeria stiano già portando avanti le proprie “primarie”, scegliendo il candidato alla presidenza per le elezioni della prossima primavera. L’era Bouteflika, con ogni probabilità, è finita ed è tutto interesse degli estremisti algerini mantenere lo status quo di sostanziale governabilità di piccolo cabotaggio, fino all’arrivo della campagna elettorale dei primi del 2014. 

Altro particolare da non sottovalutare è l’insistenza dei giornali algerini nel ricordare ogni singolo intellettuale, scrittore o giornalista caduto nella mattanza del terrorismo degli anni Novanta. Sfogliando El Watan o altri quotidiani, ricorre praticamente ogni giorno il ricordo di un caduto per la libertà. Da Mahfoud Boucebci, passando per Hafid Sanhadri e Djillali Liabes, e via andare fino a Tahar Djaout, di cui amo ricordare il suo testamento morale, contenuto nell’ultimo pezzo prima di essere trucidato: “Se parli muori, se non parli muori. Allora parla e muori”. La stampa algerina ha già capito. Sa cosa sta per arrivare. Ne sente il fetore nauseabondo. Probabilmente, se oggi fosse vivo, Djaout avrebbe denunciato a viso aperto che l’élite islamista algerina sta per lanciare l’assalto finale al potere. Ma quel coraggio, in Europa, i giornalisti non lo hanno più. In Algeria si può vivere di ricordi, ma nulla di più. La denuncia è un rischio al quale chi parla si espone. La terra rigurgita ancora il sangue di quelle donne e di quegli uomini massacrati. Le ombre di Algeri sono tornate.

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