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IL CASO/ 2. "Vi spiego perché la gente protesta nel ricco Brasile"

Pubblicazione:venerdì 21 giugno 2013

Le proteste in Brasile - Infophoto Le proteste in Brasile - Infophoto

La miseria non è stata ancora sconfitta ma il Brasile è secondo solo all’India per la percentuale di popolazione che annualmente entra a far parte della classe media.

E’ il Brasile dei record in tutti i sensi, un Paese dove la sua moneta ha ormai un valore molto forte sul dollaro, dove (caso eclatante e solo per la cronaca) le sue squadre di calcio arrivano in Europa a fare incetta di calciatori pagandoli profumatamente. Ormai il turismo, grande industria locale negli ultimi decenni, si è trasformato da incoming in outgoing, visto che le comitive di Brasiliani in giro per il mondo non costituiscono più una novità.

Ma allora che senso hanno le grandi proteste di questi giorni, le masse che chiedono a gran voce di cancellare i mondiali di una passione viscerale per i Brasiliani quale il calcio? 

Il Brasile di fatto è un continente vastissimo e molto popolato, enclave portoghese nella dominazione spagnola, e quindi culturalmente differente dal resto del Continente. Ricchissimo da sempre, ma con una ricchezza che è rimasta monopolio di una casta dominante che ha esercitato un potere immenso fino a non molti anni fa. E sopratutto con un nazionalismo esasperato nella sua passionalità che ha di fatto reso possibile il decollo economico coinciso con la presidenza di Lula da Silva: però, come accaduto ad esempio in Cile, il progressismo al potere non ha significato la chiusura al dialogo con la borghesia imprenditoriale e benestante, cosa che avrebbe portato da uno scontro, ma bensì l’apertura di un dialogo che ha permesso il raggiungimento di un compromesso o se si preferisce una osmosi proprio in nome della Patria comune. Cosa che ha portato da subito a dei problemi grandissimi, con dimissioni di diversi ministri,  dovuti alla parziale retromarcia di Lula su alcuni punti del suo programma, specie in relazione all’ambiente. E’ realmente impressionante vedere, come è successo a chi scrive addirittura nel 1983, che vastissime zone dell’Amazzonia Brasiliana siano state disboscate e adibite a pascolo o a coltivazioni quando il terreno ormai incolto per lo sfruttamento sia ad un passo da trasformarsi in deserto. Per non parlare dello sfruttamento minerario intensivo che, come in Argentina, provoca immensi problemi di sopravvivenza delle tribù originarie quando non la loro distruzione.


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