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NOZZE GAY/ 1. McCarthy (Usa): le leggi hanno fallito, ora sta a noi difendere il matrimonio

Pubblicazione:venerdì 28 giugno 2013 - Ultimo aggiornamento:venerdì 28 giugno 2013, 8.17

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Il punto, quindi, è cosa e chi siamo noi? La risposta della cultura dominante, come sappiamo, è diventata progressivamente negativa, senza contenuto. Siamo il prodotto della nostra volontà, “liberati” dal peso del nostro passato, delle nostre ascendenze, delle nostre tradizioni e, soprattutto, l’uno dall’altro. E andiamo avanti (“speranza”), ricreando noi stessi secondo i nostri desideri (“e cambiamento”): avanti! 

Questa non è una storia nuova. Per molto tempo abbiamo guardato a noi stessi solo come individui e portatori di diritti astratti nel nostro “stato naturale”. La famosa dichiarazione del citato giudice Kennedy nel caso Planned Parenthood vs. Casey (1992) dice tutto a tal proposito: “Al cuore della libertà è il diritto di definire il proprio concetto di esistenza, di significato, dell’universo e del mistero della vita umana”. Questa dichiarazione ci dà un’idea di cosa “vita, libertà e ricerca della felicità” hanno voluto dire per un lungo periodo e cosa di sicuro significano oggi. 

Ciò che si percepisce ora come una rivalsa, comunque, è che tutto si sta giocando sul piano del corpo umano, l’ultimo baluardo di resistenza al progetto dell’io moderno. Essere incarnati ci chiede di riconoscere che troviamo noi stessi in relazioni che non sono il prodotto di una scelta e che invece, ci costituiscono. Essere in un corpo è riconoscere che siamo quello che siamo in virtù di un altro (diverso) e che il nostro compimento è legato al “rischio” che assumiamo con lui o lei. Nel corpo, non siamo un prodotto nostro, il prodotto dei nostri voleri. E la nostra felicità non è “come noi la definiamo”.

Le decisioni prese ieri dalla Corte Suprema, ma anche decisioni precedenti (sul divorzio e l’aborto) e altre che si prospettano negli anni a venire (sul “diritto” delle coppie omosessuali ad “avere figli”, attraverso “l’uguale diritto di accesso” alle tecniche di riproduzione artificiale) possono essere tutte comprese come mosse per superare l’ultima frontiera di resistenza a quella che Papa Benedetto ha definito la “dittatura del relativismo”.

È chiaro che il bene dei figli, che ora saranno certamente separati da almeno un genitore, se non da tutti e due, non sarà avvantaggiato da quest’ultima decisione, come non lo è stato dalle precedenti. Ed è dubbio che lo sia il bene dei loro “genitori”. Talvolta l’amore non è amore, talvolta è guerra.

In risposta alla decisione di ieri, i vescovi degli Stati Uniti hanno parlato di “decisione tragica”.

Il bene comune di tutti, specialmente dei nostri figli, dipende da una società che lotti per difendere la verità del matrimonio.  Adesso è il momento di raddoppiare i nostri sforzi nel testimoniare questa verità. Queste decisioni sono parte di una discussione pubblica di grande importanza. Il futuro del matrimonio e il bene della nostra società sono in bilico”. 


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