BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Esteri

NOZZE GAY/ 2. Esposito: cosa si nasconde dietro l’"amore" di Obama?

Il progressismo di cui si ammanta la decisione della Corte sui matrimoni gay non è più sinonimo di libertarismo, spiega COSTANTINO ESPOSITO. Il problema è un altro

Barack Obama (InfoPhoto)Barack Obama (InfoPhoto)

Perché la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, che ha dichiarato incostituzionale il Defense of Marriage Act, vale a dire la legge del 1996 che aveva circoscritto il matrimonio alle sole unioni eterosessuali, è stata presentata ed enfatizzata da molti media americani (e nostrani) come inevitabilmente, irrevocabilmente «progressista»? È come se ci trovassimo di fronte a una delle più evidenti manifestazioni dello «spirito» del nostro tempo, alla maturazione di un sentire sempre più comune all’interno dell’opinione pubblica. Tanto che anche le forti critiche a questa decisione finiscono inevitabilmente per essere rubricate come conservatrici, se non addirittura come reazionarie. 

Naturalmente la questione risulta pesantemente condizionata dai contrasti di natura politica e ideologica (tot giudici liberal contro tot giudici conservatori) e dal peso delle lobbies più attive circa una sempre più radicale omologazione ed equiparazione dei diritti degli individui rispetto alle differenze di genere. Ma penso che la semplice opposizione tra questi due fronti non spieghi ancora adeguatamente la posta in gioco di una sentenza da più parti definita «storica» (quale che sia la valutazione, positiva o negativa, che se ne dà), e il senso del clamore che essa ha scatenato. La novità che in questa circostanza è venuta a galla, sta piuttosto nel fatto che è cambiato o sta progressivamente cambiando il significato di alcune parole decisive, le quali racchiudono e veicolano una concezione e un sentimento determinato di sé e del mondo.  

Dal punto di vista di queste parole a me sembra che sia avvenuta una mutazione di non poco conto. Il progressismo di cui si ammanta la decisione della Corte sui matrimoni gay non è più sinonimo di libertarismo (come è stato di fatto a partire soprattutto dagli anni Settanta), quanto di un nuovo assetto borghese. Ad essere rivendicata non è la libertà di ciascuno nel progettare, costruire ed esprimere pubblicamente la propria scelta autonoma di vita, quanto la garanzia di poter regolarizzare in via di principio ogni possibile differenza di progetto esistenziale in un canone neutro a livello giuridico e istituzionale. Il rovescio esatto della medaglia, si potrebbe dire: dalla rivendicazione di diritti intesi come tendenzialmente assoluti (perché assoluta era la soggettività che essi esprimevano), e che per questo non tolleravano alcuna delimitazione da parte di un ordine culturale e sociale visto come soffocante, sino alla rivendicazione del diritto di poter disporre di istituzioni e leggi che permettano a quei diritti assoluti di stabilizzarsi, di istituzionalizzarsi, di diventare addirittura doveri sociali.  

È interessante ad esempio leggere in questa prospettiva le dichiarazioni di un intellettuale gay-oriented come lo scrittore David Leavitt, che in un’intervista al Corriere della Sera del 27 giugno (p. 14) ha ammesso con molta onestà: «Negli anni 70 e 80 a molti gay interessava fare outing e vivere secondo [un] modello di liberazione e promiscuità sessuale», di fronte al quale il matrimonio restava «un’istituzione borghese per eterosessuali.