BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

DIARIO DAL KASHMIR/ 1. Quell'inquietudine che mi ha portato sull'Himalaya

Pubblicazione:domenica 14 luglio 2013 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 17 luglio 2013, 10.43

Angelo Villa Angelo Villa

Nashri, 7 luglio 2013. Scrivo queste note da Nashri, un paesino dello Stato del Jammu Kashmir, in India, che non si trova neanche sulla carta geografica.

Prima di entrare nel vivo, una piccola premessa per spiegare come sono arrivato qui. Nell’estate del 2011 mi stavo guardando intorno perché il mio contratto di lavoro scadeva alla fine dell’anno. Ho incontrato un vecchio amico, per il quale avevo lavorato anni prima, che poteva offrirmi solo lavori all’estero: India, Cina o Cile. Va bene, mi sono detto, grazie del caffè. Poi, tornando a casa e parlandone con mia moglie e i miei figli – pensavo che la prospettiva venisse liquidata come una follia – piano piano è venuta fuori la consapevolezza che, se questo era quello che avevo davanti come possibilità concreta, almeno ne andava esplorata la fattibilità. 

Fra l’altro, questo si sposava con un’inquietudine e un desiderio che – ben nascosto fra le pieghe del vestito grigio da travet dipendente pubblico – avevo sempre sentito in me.

Quindi torno a Torino (sede dell’azienda) e preparo il curriculum per il Cile, la più umana, almeno a prima vista, delle ipotesi. A novembre si concretizza l’ipotesi: si va.

L’avventura cilena, tutto sommato, è la meno impattante. Si vive in una città moderna, con supermercati (e poco altro), la lingua si capisce, la gente anche. L’esperienza del Cile si conclude alla fine del 2012, si tratta di trovare una nuova collocazione rimanendo nell’ambito dei lavori che la società sta facendo in giro per il mondo. Mi propongono l’India. Mi sono sentito come se il Cile fosse la scuola elementare e dovessi andare alle scuole medie, con l’incognita della salute, del clima, della lingua, ma non posso dire di no né all’azienda né a me stesso. Quindi si va.  

Viviamo in un villaggio realizzato dalla società di costruzioni Leighton Wellspun India per scavare la galleria  Chenani Nashri, sotto il passo Pantitop, che migliorerà i collegamenti (l’unica strada) tra il Kashmir e il resto dell'India. Si tratta di sostituire circa 40 km di strada a tornanti con 9 km di una moderna galleria a pedaggio.

Io sono qui per una società italiana di ingegneria che lavora in tutto il mondo occupandosi di grandi opere (strade, ferrovie, metropolitane, impianti idroelettrici).

Noi siamo progettisti per conto dell’impresa di costruzioni e abbiamo l’incarico di seguire l’opera anche nella fase di realizzazione: il nostro compito è quello di cooperare con l’impresa per la traduzione in opera del progetto. Inoltre dobbiamo seguire il comportamento della roccia tramite strumenti inseriti in profondità e attraverso l’analisi delle misure geometriche della deformazione del rivestimento. Il rivestimento infatti si adatta alle spinte della roccia: se corrisponde alle previsioni, la deformazione si arresta, altrimenti bisogna intervenire con misure aggiuntive (barre d’acciaio, calcestruzzo spruzzato). Il nostro lavoro è proprio quello di suggerire le misure più adeguate.

Qui siamo otto colleghi: il responsabile della commessa è un greco, poi ci sono due croati, un nepalese, due indiani e noi due italiani. L’impresa, oltre al personale locale, ha addetti da tutto il modo: inglesi, australiani, olandesi, austriaci, greci. L'ambiente quindi è assolutamente multietnico e multiculturale: hindi, sikh, musulmani, cristiani ortodossi e cattolici. Il primo impatto – come sempre di fronte al nuovo – è stato piuttosto impegnativo: la sensazione era di estraneità, anche perché la prima sera in baracca è stata a base di freddo e pioggia. Estraneità che però si è dissolta in pochi giorni. 


  PAG. SUCC. >