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DIARIO DAL KASHMIR/ 2. Sentirsi a casa agli antipodi del mondo

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Infophoto - Donne del Kashmir  Infophoto - Donne del Kashmir

Il problema più grosso è capire l'inglese: qui ne abbiamo almeno 5 o 6 versioni, dagli inglesi UK agli australiani, dagli indiani (ma un kasmiri mica parla come un bengalese) ai greci, agli austriaci e cosi via; ovviamente i “peggiori” sono gli inglesi madrelingua: parlano come nei film, ma non sono sottotitolati.

Il 18 giugno ho festeggiato il mio cinquantanovesimo compleanno. Per l’occasione il manager greco ha tirato fuori un po’ di grappa e abbiamo brindato; è il secondo compleanno fuori casa, ma non mi pesa. 

La cosa più bella qui è il rapporto che inizia tra le persone. Dal geologo nepalese che alla mattina alle 6.40, uscendo dalla mia camera, mi saluta ("Good morning, Angelo") come se ci conoscessimo da una vita - tra l'altro è bravissimo. Ma non solo con quelli più prossimi: l’altro giorno, mentre mi arrampicavo sul portale della galleria per fare delle foto, ho incrociato un operaio che stava lavorando in una baracca; quando mi ha visto, quasi con timidezza ha congiunto le mani. "Namastè" è il saluto hindi. Io ho risposto nello stesso modo, rapidamente e timidamente: "Namastè". Non credo che molti europei lo facciano, a me invece è venuto naturale.

L’altro giorno mi ha commosso il gesto di un operaio che in mensa, prima di sedersi, ha fatto un segno di preghiera, credo hindi. Mi ha ricordato Primo Levi in  "Se questo è un uomo”, quando racconta di quel deportato che, prima di iniziare il pranzo, si segna; qui non siamo in un campo di concentramento, ma non ci sono segni esteriori di religiosità.

Il mio lavoro consiste anche nel fare l’ufficiale di collegamento fra gli uffici di progettazione (Torino, Milano e Delhi) e la realtà locale. A volte i progettisti sono bravissimi, ma spesso non tengono conto del fatto che le imprese di qui non hanno a disposizione tutti i mezzi della moderna ingegneria. Così mi capita anche di risolvere problemi usando gli strumenti che ci sono, non quelli che mi piacerebbe avere. Sarò un ingenuo inguaribile, ma è appassionante lavorare assieme per risolvere un problema e poi vedere la cosa crescere sotto i tuoi occhi.

Oggi, lunga chiacchierata con un ragazzo sikh. La religione sikh è diffusa in tutta l'India, soprattutto nel Punjab. I sikh si distinguono dal turbante: non si tagliano barba e capelli e li nascondono sotto quel copricapo. Il ragazzo mi ha chiesto da dove vengo e quanti figli ho. Quando gli ho risposto che mi sono sposato quasi 37 anni fa, mi ha chiesto se il matrimonio era d'amore o era combinato (arranged). Qui funziona cosi. La religione sikh mi sembra un cristianesimo senza Cristo, molto interessante, così com’è interessante aprire per loro una finestra sul resto del mondo. Qui abbiamo uno spaccato dell'India intera. Lo stesso argomento con un altro ragazzo, hindi questa volta, qualche giorno dopo. Anche lui mi chiede se è stato un matrimonio d’amore o arranged. Per loro questa è la soluzione: l’altra non esiste. Lui è sposato con quattro figli.


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