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DIARIO DAL KASHMIR/ 3. Anche in vetta all’Himalaya non si è mai soli

Pubblicazione:martedì 16 luglio 2013 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 17 luglio 2013, 10.43

Foto Infophoto Foto Infophoto

Arriviamo alla scuola del Piccolo Fiore dove vive il parroco, con tre suore del Sacro Cuore, un ordine religioso locale proveniente dallo Stato del Kerala, a sud. Anche il parroco, poco più che trentenne, è del sud. Mi porta a visitare le sorelle della scuola. Sono tre, mi offrono caffè dolci e banana salata, una specialità del Kerala. Parliamo un po’, racconto di me; la lingua è un ostacolo, ma non troppo. La superiora parla con me, mentre le altre danzano attorno a noi come uccellini. Alle 17,30 c’è la messa quindi verso le 17 partiamo verso la ... caserma. La chiesa infatti, dedicata a S. Giuda Taddeo, si trova all’interno della Garrison Army, il comando dell’esercito indiano del Nord Ovest. Il parroco mi dice che ci sono molti fedeli fra gli ufficiali, la truppa e le loro famiglie. La superiora siede in macchina con noi per indicarci la strada.

 

La faccia dell’autista, al vederla, è uno spettacolo. La messa finisce alle 18,30, dopo ci offrono l’immancabile caffè che non mi azzardo a bere, pensando alle tre ore di auto che mi aspettano. A messa, oltre a me e alle sorelle, ci sono due impiegati civili e una signora. Non conosco le loro usanze, quindi entro con le scarpe, mentre loro le lasciano all’uscita. Mi colpisce un particolare: l’abbraccio di pace consiste nel congiungere le mani nel segno di saluto, senza toccarsi fisicamente, pur essendo così vicini. Che differenza rispetto alla mentalità sudamericana che ha bisogno del contatto fisico per trasmettere la prossimità! Ci scambiamo indirizzi mail e la sera mando anche a loro la foto del Papa fatta in piazza S. Pietro. Non so perché, ma mi sembra che testimoniare la cattolicità sia la cosa più giusta da fare, anche se mi sembra che non abbiano alcun dubbio. Alle 19 partiamo. Fra Udhampur e il cantiere ci sono circa 65 km della più importante strada del Jammu Kashmir.

 

Stamattina abbiamo impiegato circa 4 ore, ma al ritorno ne bastano due e mezza. C’è meno traffico, ma non so se essere contento: l’autista ne approfitta, anche perché credo voglia arrivare a casa prima di mezzanotte. Non ci sono parole per descrivere il traffico e lo stile di guida di questo posto. Bisogna provare. Al ritorno penso all’autista che deve farsi di nuovo due ore per tornare al campo sud. Penso che sia arrabbiato con me, anche perché mi sembra una persona scontrosa - non è la prima volta che andiamo via assieme. Eppure, quando scendo, accenna il saluto indiano, al quale rispondo congiungendo le mani. Non è scontato. La sera mando una mail alle suore che mi rispondono: “ Love and prayers”.


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COMMENTI
16/07/2013 - Comunione anche dall'Himalaya. (claudia mazzola)

Che storie meravigliose, fan bene all'anima! Non so se qualcuno ha notato che quando si sente raccontare così, è come se all'improvviso si "sentisse" di avere un cuore nel petto. Quasi come se prima non ci fosse, e poi, ad un certo punto, ci si scopre dentro un dolce peso che pompa e batte. Grazie!