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MEDIO ORIENTE/ Frattini: le rivoluzioni fallite? Ora serve una Nato più "italiana"

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Il capo dell’opposizione tunisina si opponeva all’islamizzazione di una parte di Ennahda (il partito  islamico al potere che al suo interno ha un’ala dialogante e moderata e governa in coalizione con partiti laici). Chi protesta in Tunisia, quindi, vuole come in Egitto una società rispettosa dell’islam e, al contempo, delle libertà fondamentali.

 

Chi sono i manifestanti?

In entrambi i Paesi provengono da quella parte della borghesia civile che, inizialmente, aveva contribuito alla cacciata dei dittatori, ma che ha visto le proprie domande frustrate. Questi giovani non chiedevano di certo teocrazia o Sharia, e hanno scoperto di esser stati strumentalizzati da infiltrazioni presenti all’interno della protesta.

 

Rispetto a questi fenomeni, quale dovrà essere il ruolo della Nato?

L’Alleanza atlantica post-2014, quando la missione combattente in Afghanistan sarà finita, dovrà assumere sempre più un ruolo volto alla stabilizzazione della aree di conflitto. Se vogliamo avere nelle regioni critiche del mondo partner affidabili, non possiamo più pensare alla Nato come al poliziotto globale, pronto a intervenire ovunque; dovremo aiutare, invece, quei Paesi a creare un esercito, milizie fedeli alla Costituzione, corpi di polizia ben addestrati. In tal senso, la decisione dell’attuale segretario della Nato, Anders Rasmussen, di mandare una missione in Libia per agevolare la costruzione di una guardia nazionale, di un ministero della Difesa e di un’agenzia della sicurezza, è stata sacrosanta.

 

La Nato, in sostanza, dovrebbe “italianizzarsi”?

Diciamo che è indubbio che in essa vada rafforzata un’attitudine che, tradizionalmente, l’Italia ha sempre ritenuto fondamentale: nelle aree di crisi si va non tanto per sparare, quanto per stabilizzare e ricostruire. I nostri militari, all’occorrenza, sono straordinari combattenti, ma altrettanto straordinari formatori. Lo abbiamo dimostrato in Iraq e lo stiamo dimostrando in Afghanistan. Ebbene, la Nato dovrà riflettere sull’assunzione di analoghi ruoli di sostegno alla stabilità non solo in Libia, ma anche in tutti quei Paesi che, se aiutati ad essere affidabili, non imporranno mai la necessità di un intervento. Per intenderci, se la Somalia non fosse stata lasciata per decenni alla deriva, oggi non avremmo l’esigenza di dover impiegare uomini, armi e risorse per fronteggiare la pirateria.

 

E in Egitto?

Beh, in Egitto l’esercito è il pilastro delle istituzioni, e funziona bene. Non credo che gli egiziani avranno mai bisogno di aiuto per formare le proprie milizie.

 

(Paolo Nessi)


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COMMENTI
27/07/2013 - Credibili (Alberto Consorteria)

Frattini, la fiducia si conquista coi fatti. Se si vuole spostare l'attenzione NATO sul Mediterraneo ci vuole un leader. E il leader naturale è l'Italia. Il nostro Governo è fermo in politica estera. Letta parla di bilancio, di Italia e di congressi. I nostri giornali non aprono mai con pagine approfondite degli esteri: continuiamo a parlarci addosso su Ruby, Pd e chiacchiericcio televisivo-demenzial-politico. Terzo, la vicenda grottesca dei Marò, la grazia ad un condannato per la vicenda Abu Omar e la mancata estradizione da Panama di un altro, e la vicenda kazaka mostrano che di raccomandazione in raccomandazione Roma ormai è popolata di ambiziosi inetti. Pensano alla poltroncina burocratica, ma di avere una posizione internazionale non sanno nemmeno che significhi. Di che ci stupiamo? Che la NATO non sia mediterranea? Cominciamo a esserlo almeno noi... magari essendo un po' credibili.