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DIETRO LE QUINTE/ Siria, i due motivi che spingono la Francia a usare le armi

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Il presidente francese Francois Hollande (Foto InfoPhoto)  Il presidente francese Francois Hollande (Foto InfoPhoto)

La Francia ha da sempre un interesse particolare per la Siria e il Libano. Non a caso questi due territori furono un suo protettorato all’indomani della prima guerra Mondiale (il Libano se lo “inventarono” loro). E da sempre ha fatto il bello e il cattivo tempo: furono loro a sottrarre Alessandretta agli stessi siriani per darla ai Turchi, l’attuale Iskenderun : il porto principale della importante città siriana di Aleppo. Furono sempre loro a sottrarre l’altro fondamentale porto di Tripoli che era la porta sul mare di Damasco, ritagliandola nel neonato Libano. Insomma loro hanno disegnato pregi e difetti di quest’area (prima di tutto le frontiere). Loro formarono gli ufficiali alauiti, tutti nell’aeronautica, che diventeranno l’elite di governo del Paese fino ai giorni nostri. E oggi sono tra i primi, insieme agli Americani, a spingere verso un intervento (leggero) militare per colpire Bachar el-Assad.

Da trenta mesi questo conflitto continua a uccidere (si parla di oltre 110.000 morti di cui meno del 2% per opera di armi chimiche, il resto tutti con armi convenzionali) e sembra oramai quasi bloccato. Il presunto attacco chimico (gas Sarin?) del 21 agosto ha fatto riaccendere le attenzioni. Chi ne è l’autore? Tutti hanno subito accusato il dittatore (America e Francia sono state le prime: mai unite come oggi dopo dieci anni di sguardi diffidenti). Il bombardamento sarebbe avvenuto nel quartiere di Ghouta, qualche chilometro oltre la linea di combattimento vera di Damasco che si trova nel quartiere di Jobar. Francesi e Americani hanno subito parlato di superamento della linea rossa indicata da Obama. Tutti gli altri, non solo i Russi, frenano e addirittura apportano informazioni contraddittorie che dicono che in realtà sarebbero gli stessi ribelli, involontariamente, manipolando male delle armi chimiche, che avrebbero ucciso diverse centinaia di civili del loro stesso quartiere (per quanto ci sembri inverosimile visto che gli stessi autori sarebbero stati intervistati dal corrispondente in Vicino Oriente di Mint Press News). In Italia l’opinione dominante è quella che vede, questa volta, innocente Bachar el-Assad. I Francesi, pur facendo dichiarazioni con il “condizionale”, sono del parere che sia stato il dittatore di Damasco.

La posta in gioco energetica è, se c’è, non petrolifera bensì di gas. Il famoso North Dome, il più grande giacimento di gas del mondo , si troverebbe nel Golfo Persico a metà strada tra Qatar e Iran. L’Iran prevede di fare un gasdotto che attraversa la Siria e che sbuchi quindi nel Mediterraneo. Mentre il Quatar prevede la stessa cosa ma con un gasdotto che attraverserebbe le zone che attualmente sono controllate dai “ribelli” siriani. È utile ricordare che i Francesi sono molto legati al Qatar che ha enormi investimenti defiscalizzati (per ora) in Francia. Così come il Qatar è uno dei principali finanziatori dei ribelli Siriani (nonché del partito islamista Ennahda in Tunisia e di buona parte dei Salafisti Egiziani).

Ma si tratta solo di energia? No e forse non è neanche la parte più importante. I Francesi in realtà hanno almeno altre due ragioni per spingere a un intervento. La prima è più visibile e riguarda un trauma d’immagine.



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