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Esteri

QUIRICO/ Vale la pena rischiare la vita per una pagina di giornale?

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Il Congresso Usa sta per votare sull’attacco americano contro gli arsenali chimici di Assad e per dare sostegno ai ribelli. Ma Quirico avverte: «L’Occidente si fida di loro ma ho imparato a mie spese che si tratta anche di un gruppo che rappresenta un fenomeno nuovo e allarmante della rivoluzione: l’emergere di gruppi banditeschi di tipo somalo, che approfittano della vernice islamista e del contesto della rivoluzione per controllare parte del territorio, per taglieggiare la popolazione, fare sequestri e riempirsi le saccocce di denaro». A confronto con questi briganti, i seguaci di Al Qaida, sostiene Quirico, sono più umani. Ecco la novità: sul campo i nostri schemi occidentali non reggono. La brigata Jabat Al Nusra, l’Al Qaida siriana, è nell’elenco delle organizzazioni terroristiche americane, ma i qaidisti – scrive Quirico - «sono gli unici che ci hanno rispettato». I rivoluzionari finanziati dall’Occidente, invece, sono “briganti”, briganti che indossano scarpe e magliette Adidas.

Briganti e fanatici

Il racconto di Quirico ci aiuta a entrare nel mondo di questi “rivoluzionari” per cui l’Occidente si dovrebbe mobilitare per aiutarli ad abbattere il dittatore Assad. «Questi gruppi – sostiene l’inviato de La Stampa – sono a metà tra il banditismo e il fanatismo. Seguono chi gli promette un futuro, gli dà le armi, la forza, gli versa il denaro per comprarsi i telefonini, computer, vestiti». Eppure seguono il loro Dio, pregano fedelmente cinque volte al giorno. «I miei sequestratori pregavano il loro Dio stando accanto a me, il loro prigioniero dolente, soddisfatti, senza rimorsi e attenti al rito: cosa dicevano al loro Dio?». La testimonianza di Quirico ha avuto l’effetto di squarciare le tenebre dell’informazione occidentale, ricchissima di notizie sulla vicenda siriana, ma povera di testimonianze autentiche e verificate.

Il racconto che squarcia la menzogna

Torniamo alle domande di partenza. Il fatto che un giornalista sia andato sui luoghi di guerra a vedere coi propri occhi (anche a costo di rischiare la vita) è servito a offrire un punto di vista originale che, da solo, può rimettere in discussione le deboli certezze occidentali e può scuotere le coscienze. Il bollettino quotidiano delle vittime e dei bombardamenti non ha lo stesso impatto del racconto di un testimone che è stato cinque mesi prigioniero nei luoghi di guerra, ha provato paura, dolore, umiliazione.

Quirico ha scritto, ancora una volta, una grande pagina di giornalismo. Ma proprio nei momenti più delicati dell’esistenza, il giornalista deve attingere alle sue risorse più profonde per rimanere attaccato alla vita e al lavoro. Anche su questo punto Quirico ci è maestro. I suoi inseparabili compagni di viaggio sono stati quattro libri (“La via del ritorno” e “Tempo di vivere, tempo di morire” di Remarque, “Il nudo e il morto” di Mailer e “Delitto e castigo” di Dostoevskij) e la fede, “una fede semplice che è darsi, è amore”. Quella fede che gli fa dire: «Non provo odio per i miei rapitori. Se scegliessi l’odio sarei peggiore di prima, io invece vorrei che questa esperienza terribile possa rendermi migliore». Ecco il segreto di Quirico. Per andare in cerca della verità della notizia o si è insensibili al pericolo fino a rasentare la maniacalità, o si crede in Qualcuno per cui si può anche rischiare la propria vita.

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