BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

QUIRICO/ Vale la pena rischiare la vita per una pagina di giornale?

Pubblicazione:

Foto InfoPhoto  Foto InfoPhoto

Di Domenico Quirico, partito per un reportage di guerra in Siria, s’erano da pochi giorni perse le tracce. Le notizie, a metà aprile, erano ancora molto labili: forse un sequestro, forse un incidente, forse è tra i dispersi dopo un bombardamento. Si discuteva del fatto con un collega e con un gruppo di giovani studenti di Scienze della Comunicazione. Qualcuno ricordava che l’inviato de La Stampa era stato già un’altra volta rapito in Libia, un altro che aveva rischiato la vita nella traversata di una carretta del mare assieme ai migranti tunisini e che era stato diverse volte nel Mali.

A bruciapelo rivolsi una domanda ai giovani: «Nell’era di Internet vi sembra normale che un giornalista voglia andare di persona dentro le tragedie del mondo per vedere coi propri occhi e per raccontare ciò che vede?». Uno studente rispose senza tentennamenti: «Per me – disse – rischiare la vita per questi motivi è una pazzia». «C’è qualcosa più grande del desiderio di vedere e raccontare – rilanciai – per cui tu ti sentiresti di rischiare la vita?». «Non c’è nulla che meriti questo rischio», fu la risposta lapidaria.

Domenico Quirico l’8 settembre è stato finalmente liberato ed è potuto rientrare in Italia ad abbracciare la sua famiglia, i colleghi, gli amici. «E’ come se avessi vissuto su Marte», sono state le sue prime parole. Ma ripensando a quella conversazione con i giovani studenti, mi verrebbe da dire che, in parte, è ritornato su Marte. C’è un inferno fatto di violenza fisica, come in Siria, e ce n’è un altro, da noi, che si configura come un deserto di desiderio e di valori. Ma la vicenda di Quirico pone al nostro mondo, giornalistico e non, una serie di domande che non possono rimanere inevase.

Stare dentro i fatti per svegliare la coscienza dell’Occidente

La bussola professionale di Domenico Quirico ha seguito sempre una direzione: “stare dentro i fatti”, per poterli raccontare dall’interno. Era accaduto così con gli immigrati, con la guerra di Libia, con gli scontri nel Mali. Anche nella guerra in Siria è partito, con un piccolo bagaglio a mano, pochi indumenti, i taccuini, e alcuni libri, «per verificare di persona le notizie sulla battaglia decisiva di questa guerra civile». Senza l’urgenza della scrittura “mordi e fuggi”: una specie di slow journalism. Il sentimento originario di Quirico alla partenza per Damasco era segnato dal desiderio di vedere “la Primavera della rivoluzione” che «sembrava poter durare per sempre e capovolgere il mondo».

Vedere e raccontare. E svegliare la coscienza dell’Occidente. La “pretesa” di Quirico poteva sembrare un atto di arroganza inutile. Cosa può mai sapere un giornalista che, bene che vada, vedrà i grandi eventi da un angolo di visuale particolarissimo, quando invece ci sono i satelliti spia, c’è l’intelligence, ci sono i nuovi media che raccontano tutto minuto per minuto? Eppure la testimonianza semplice e sofferta di Quirico e quella del suo compagno di prigionia, il belga Pierre Piccinin, sono servite a far capire quello che sta accadendo in Siria più di tanti discorsi di leader internazionali, più di tanti vertici e più delle analisi scientifiche degli istituti di ricerca specializzati. Racconta Quirico: «Ostaggio in Siria [sono stato] tradito dalla rivoluzione che non è più ed è diventata fanatismo e lavoro di briganti».


  PAG. SUCC. >