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Esteri

SIRIA/ Le tre mosse di Putin per controllare il Medio oriente (e gli Usa)

Vladimir Putin (Infophoto)Vladimir Putin (Infophoto)

Non vogliono più assistere alla sparizione di un leader come Gheddafi che comunque era in buoni rapporti con loro, sostituito da gruppi che invece non hanno rapporti privilegiati con Mosca. E le ragioni non sono neanche legate alla base marina russa di Tartus (in realtà è solo uno scalo logistico e non certo una base di armamento permanente),  così come non si tratta di business di armi vendute al governo siriano (nel 2011 gli ordini effettuati dalla Siria rappresentavano solo il 5 per cento della produzione di materiale bellico della Federazione russa). 

Da  anni i russi non vendono più ai siriani armi pesanti come aerei Mig o missili vettori di diversa gittata, armi cioè capaci di colpire Israele, perché non vogliono dare ad Assad la possibilità di modificare gli equilibri regionali (e infatti il Cremlino non ha reagito ai raid aerei che Israele ha già effettuato sul territorio siriano). I Russi amano l’"ordine" ed è anche per questo motivo che vogliono evitare la caduta di Assad: non sanno quello che si avrà dopo di lui e se avranno un ruolo importante dopo una tale successione.

C’è poi una motivazione di ordine interno alla Russia che viene troppo spesso dimenticata. I russi si oppongono praticamente a qualunque elemento di rinforzo di movimenti sunniti in Vicino e Medio Oriente perché questo rinforzerebbe le popolazioni del Caucaso (in maggioranza Sunnite anche loro). La guerra con la Cecenia tace, ma non è certo un dossier chiuso e dicasi la medesima cosa per Daghestan, Ossezia, Inguscezia, ecc. In effetti la Russia combatte una guerra importante nel Caucaso e cioè quella per impedire una penetrazione di indipendentismo veicolato da movimenti religiosi islamici nel proprio territorio. 

Da qui l’atteggiamento di Mosca in Medio Oriente molto determinato: quello cioè di fare una sorta di versione russa del roll back dell’americano Dulles degli anni 50. Dopo gli errori commessi sul dossier libico nel 2011 e la perdita di ruolo sullo scacchiere regionale, i russi hanno deciso di imporsi nuovamente: 1) per contrastare i concorrenti energetici pericolosi verso l’Europa, 2) per far vedere ai propri partner/alleati che sono con il "socio" giusto, 3) per impedire il rinforzarsi di movimenti islamici sunniti internazionali, pericolosi all’interno delle loro stesse frontiere. 

È evidente quanto questa ex-potenza planetaria giochi in Medio Oriente una carta importante per cercare di ritrovare almeno una parte del lustro di cinquant’anni fa. Oggi non può farlo militarmente (per quanto stia lanciando la sua modernizzazione, la potenza militare russa resta ancora vetusta e mal tenuta) ma indubbiamente lo fa con tutti i mezzi: sia politicamente che economicamente.

La Siria sembra essere la linea di partizione della acque: dovremo solo aspettare per capire da quale parte "cadrà" il Cremlino. 

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