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RACCONTI MESSICANI/ Quel viaggio nel rancho del "santo illegale" Toribio Romo

Pubblicazione:domenica 29 settembre 2013

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Un santo illegale. Anch’io, dunque, giunsi al villaggio ed entrai nella chiesa, austera nella linearità della sua architettura. Una donna di età già avanzata, forse una catechista o una laica consacrata, stava narrando la vita di San Toribio. Mi sedetti in un banco in fondo alla chiesa. La gente, pellegrini giunti a invocare l’aiuto e la protezione di San Toribio, ascoltava attentamente le parole quasi ispirate della donna le quali esprimevano una esistenziale fiducia in Dio. Ero andato, come dicevo, spinto da una certa curiosità rispettosa, ma fui conquistato dalla fede popolare e dalla semplice grandezza di quell’uomo. Ascoltai così la storia della sua breve vita, il racconto della sua morte annunciata e infine la narrazione di qualche intervento miracoloso di Toribio in favore di ammalati o tribulati. Finito di narrare, la donna tacque e si sedette. Tutti stavano in silenzio. Cominciai a riflettere. Mi chiedevo, con un po’ ancora di quella curiosità che mi ci aveva portato, perchè mai fosse stato eletto a voce di popolo patrono degli emigranti illegali. Così mi alzai dal mio banco, avanzai fino a sedermi accanto a colei che aveva parlato e le chiesi il perchè. “Glielo spiego subito”, mi disse. Si alzò, prese di nuovo il microfono e cominciò a raccontare.

Un incontro misterioso. “Tre fratelli della regione di Michoacán, non trovando lavoro nella loro terra, decisero di emigrare per lavorare negli Stati Uniti ma non avevano il visto d’ingresso. Risolsero dunque di entrarvi passando il confine là dove c’è il deserto che, essendo difficile da passare, è quindi anche il luogo dove si può più facilmente eludere la sorveglianza della temuta polizia di frontiera, spesso crudele. Così dissero e così fecero. Si diressero al confine, lo passarono, entrarono nel deserto ma vi si perdettero. Avevano terminato l’acqua e il cibo e non sapevano dove dirigersi esattamente per uscire da quell’inferno. Erano stanchi eppure la forza di volontà li sosteneva. Fin quando uno dei tre disse agli altri: “Non ce la faccio più, andate avanti voi, io resto qui e pregherò la Madonna di Guadalupe che vi aiuti”. Ma gli altri gli risposero: “Come potremmo andarcene e lasciarti qui a morire? Mettiamoci piuttosto tutti e tre a pregare la Madonna perchè ci salvi”. E cominciarono a recitare il rosario. Fu allora che, con loro meraviglia, videro arrivare un uomo giovane vestito di scuro. Egli offrì loro acqua e cibo, li condusse dove passava una strada e diede loro i soldi perchè potessero prender l’autobus di linea che passava di lì.

Al momento di congedarsi disse: “Quando tornerete in patria, venite a trovarmi, vivo nel tal villaggio, chiedete di me”. E diede loro il suo nome. Stupiti gli chiesero “Ma tu non vivi qui?” “No, ci sono venuto per un incarico della mia padrona”. Ringraziarono e salutarono i tre fratelli il loro provvidenziale salvatore. Passò del tempo. Quando poterono ritornare a casa, non avendo dimenticato chi aveva loro salvato la vita in quella disperata circostanza, decisero di fargli visita e riuscirono a giungere allo sperduto villaggio di Santa Ana de Guadalupe. Chiesero se qualcuno conosceva un signore giovane ma di aspetto grave, che loro avevano conosciuto negli Stati Uniti, el señor Toribio, e cercavano di descriverlo. Ma nessuno sapeva dar loro informazione di dove vivesse. Delusi, stavano per tornare a casa; prima però vollero fare una visita in chiesa. Fu allora che riconobbero in questo quadro – e così dicendo la signora indicò quello che stava a un lato dell’altare – il loro misterioso salvatore”.

 

(padre Pancho)



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