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RACCONTI MESSICANI/ Quel viaggio nel rancho del "santo illegale" Toribio Romo

Pubblicazione:domenica 29 settembre 2013

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Un villaggio sperduto. Chi percorresse la strada che va da San Miguel el Alto a Jalostotitlán, nella regione chiamata Los Altos de Jalisco, un altopiano a 2000 metri di altezza, dico, chi percorresse quella strada vedrebbe, a una ventina di chilometri da San Miguel, sulla destra, quasi sorgere dal nulla, un arco trionfale di recente costruzione sotto il quale si diparte una strada che sparisce improvvisamente in una valle nascosta. Se poi, preso dall’affascinante invito che l’arco offre a varcarlo, prendesse per quella stradetta e la seguisse, giungerebbe dopo pochi chilometri al rancho de Santa Ana de Guadalupe, meta da alcuni anni in qua di numerosi pellegrinaggi. Anch’io, portato, lo confesso, da una curiosità europeizzante di marca illuminista, in altre parole, portato dall’interesse di vedere un fenomeno di costume, indubbiamente interessante dal punto di vista etnologico, oltrepassai l’arco e mi incamminai verso Santa Ana. Ma, lì giunto, incontrai il mistero. Nessuno conosceva Santa Ana de Guadalupe, che era un paesino sperduto come mille nel mondo, fino a quando il papa Giovanni Paolo beatificò e poi canonizzò, il 21 di maggio del 2000, San Toribio Romo. Da allora avevo sentito dire che era diventato una meta sempre più frequentata, in particolare dai messicani che, non avendo un visto d’ingresso per gli Stati Uniti, cercano di passare il confine attraverso il Rio Grande o il deserto.

Chiesa perseguitata. Era Toribio un giovane sacerdote da poco ordinato quando si scatenò la persecuzione contro la chiesa negli anni dal 1926 al 1929. Nel 1926 il presidente Calles promulgò las leyes especiales con le quali pretendeva disciplinare, attraverso gravi limitazioni, la vita ecclesiastica, l’amministrazione dei sacramenti e la celebrazione delle funzioni religiose. La risposta dell’episcopato messicano non si fece attendere: i vescovi sospesero il culto in tutto il Paese, convinti che il governo avrebbe ceduto, sotto la pressione dell’opinione popolare. Ma non fu così. Il governo trattò da fuorilegge i sacerdoti che amministravano i sacramenti. La gente si trovava così privata dei mezzi per la salvezza. I cristiani allora scesero in campo per difendere la chiesa perseguitata. E anche i laici che apertamente prendevano posizione per la chiesa furono oggetto della terribile persecuzione. Iniziò così la lotta al governo federale che diede vita a due movimenti: quello della resistenza non violenta e quello della lotta armata. Quella guerra sanguinosa e fratricida fu detta la Cristiada e si concluse senza vinti né vincitori nel 1929, con los arreglos. Molti sacerdoti dovettero fuggire. Toribio invece, con altri, non volle lasciare la sua parrocchia fino a quando affrontò il martirio nella notte del 25 febbraio del 1928. Lo sorpresero nel sonno i soldati: “Sì, sono il parroco, ma non uccidetemi”. Una scarica di fucileria lo stroncò. In quegli anni, vari sacerdoti e laici offrirono la loro vita per testimoniare la fedeltà a Cristo, proprio come nei primi due secoli della chiesa. Qualche hanno fa il Papa ha beatificato e canonizzato vari di questi eroi della fede. E la gente ha risposto venerandone i corpi e la memoria, pellegrinando ai luoghi ove vissero, chiedendone l’intercessione.


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