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Esteri

DIARIO BURUNDI/ Qui a Ngozi si festeggia quando il bimbo ha raggiunto 1 kg

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Nella neonatologia ci sono due stanze: una è per le culle, l’altra per le mamme che vengono ogni 2 – 3 ore ad allattare, a tenersi i piccolini per scaldarli e prepararsi per quando torneranno a casa, così un’infermiera può controllare tutto.

Mi sono rimessa a studiare, anche se pensavo di aver finito nella mia vita. Ma di fronte alla domanda e al bisogno, una risponde, sempre, non si va in pensione dalla vita e dalla vocazione, e anche questa è una bella provocazione. Sto cercando di mettere insieme un po’ di idee per il mio ritorno e vedere se con Benedetta riusciamo a coinvolgere personale e mamme con un po’ più di metodo.

Alla sera (non scandalizzatevi) si mangia alle 7.15, perché di solito c’è la famiglia con i bambini piccoli, verso le 8.30 ci si ritira e, anche se cerco di leggere un po’, prima delle dieci la stanchezza subentra. Ho letto nell’equipe della stanchezza senza ombra, là dove uno ha servito la verità con grande amore. Chiedo che questa sia la mia stanchezza. Al mattino si riprende.

Ho conosciuto un’altra suora che si chiama anche lei Bruna e segue i ragazzi di strada che dormono al mercato. Hanno dai 5 ai 15 -18 anni; con loro fa un lavoro bellissimo: panificio, falegnameria, artigianato, anche scuola e poi insegna un ordine; ci ha fatto vedere gli armadietti dei loro vestiti, più in ordine del mio! E’ qui da una vita. Vania segue i suoi bambini quando sono malati o ricoverati. Con lei c’è Teresa, una ragazza umbra di 19 anni, che dopo la maturità ha voluto fare un anno di volontariato.

Domenica, con Francesco e suor Bruna, sono andata alla messa nel carcere maschile. Nel grande salone tutti i carcerati erano vestiti a festa, o almeno con le camicie pulite, anche se con i buchi. Cantavano, battevano le mani e le muovevano nella danza tipica, con le braccia alzate come le corna delle loro vacche, la loro ricchezza. Osservavo i loro sguardi attenti, fissi al prete che parlava in kirundi … chissà perché sono li? Ho provato una grande tenerezza. Ho scoperto che le Sorelle della Misericordia per vocazione si prendono cura anche dei detenuti e in Italia avevano una comunità proprio dentro il carcere, in comune con le donne recluse.

Francesco, il fisioterapista, rientrerà in Italia settimana prossima. Così sarò sola nella casetta, con i vicini, la famiglia e Silvia. Sto bene e mi sto affezionando a questo posto. Chiedo come posso servire in questa avventura nata da una serie di circostanze non cercate né pensate.

 

(di Chiara Mezzalira)

 

(secondo di una serie di tre articoli)

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