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SIRIA/ Curti Gialdino: Italia e Gb possono mediare tra gli "ultras"

Pubblicazione:sabato 7 settembre 2013

Vladimir Putin e Barack Obama (Foto InfoPhoto) Vladimir Putin e Barack Obama (Foto InfoPhoto)

I discorsi dei principali leader al summit del G20 a San Pietroburgo hanno mostrato in tutta la loro ampiezza le divisioni su una possibile azione militare in Siria. Il presidente russo, Vladimir Putin, ha chiarito di opporsi a qualsiasi intervento in quanto destabilizzerebbe la regione. Mentre il presidente americano, Barack Obama, ha dichiarato che un’azione è necessaria per reagire all’utilizzo di armi chimiche da parte della Russia. “Permane in modo doloroso la divisione sulla Siria”, ha dichiarato il premier italiano Enrico Letta, ma “continueremo a lavorare perché questa divisione possa rientrare e per soluzioni che prediligano la via politica”. Ilsussidiario.net ha intervistato Carlo Curti Gialdino, professore di Diritto internazionale nell’Università La Sapienza di Roma.

 

Che cosa vuol dire per la comunità internazionale il fatto che il G20 non abbia permesso di superare le divisioni tra Usa e Russia sulla Siria?

Anche ammettendo che Assad abbia usato le armi chimiche il 21 agosto scorso, questo fatto non è di per sé sufficiente per consentire un’operazione “umanitaria” al di fuori dell’autorizzazione del consiglio di sicurezza dell’Onu. Anche lo stesso Kosovo, nonostante l’autorizzazione successiva delle Nazioni Unite, era un’operazione illegittima. Se l’intervento umanitario si giustifica con la necessità di mettere fine alla guerra civile, allora non si capisce perché in Libia dove la situazione era molto simile si sia intervenuti quasi subito e in Siria soltanto dopo due anni e mezzo. E l’unica risposta possibile è che in Libia, a differenza che in Siria, sono presenti ingenti giacimenti di petrolio.

 

Ci sono ancora margini per una trattativa o Obama ha imboccato un vicolo cieco?

Una trattativa è sempre possibile e auspicabile, perché prima di ricorrere alla forza bisogna trattare fino all’ultimo. La stessa scelta di Obama di chiedere un voto del Senato è un po’ una novità per gli Stati Uniti. Non ricordo che ci siano stati casi precedenti in questo senso. Dopo avere visto quanto è avvenuto nel Regno Unito, Obama si è adeguato a quella situazione. Di fronte a un no del Senato comunque Obama si troverebbe con le mani legate. La Costituzione degli Stati Uniti affida comunque l’ultima parola al presidente, e dunque quella di Obama si presenta come una mossa anomala.

 

In che modo si può uscire dall’impasse?


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