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ARIEL SHARON/ Perché quel "guerrafondaio" era così amato in Israele?

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Ariel Sharon (1928-2014) (Immagine d'archivio)  Ariel Sharon (1928-2014) (Immagine d'archivio)

Con Ariel Sharon muore un personaggio che si può a ragione assumere a simbolo di un problema, quello del nazionalismo intransigente di buona parte del popolo israeliano, che sopravvive a lui e che realisticamente non si può sottovalutare, né tanto meno ignorare.

Nato nel 1928 nel villaggio cooperativo (moshav) di Kfar Malal, non lontano da Tel Aviv, Ariel Sharon era figlio di ebrei bielorussi immigrati nella Palestina allora sotto mandato britannico. A indurre i suoi genitori all’esodo dalla terra natia erano stati non soltanto il desiderio di tornare nell’antica patria ebraica ma anche e soprattutto le loro convinzioni liberali, che non potevano trovare spazio nella Russia divenuta Unione Sovietica. Giunti in Palestina, entrarono perciò ben presto in contrasto con il kibbutz socialista laico che li aveva accolti e lo abbandonarono per trasferirsi appunto in un moshav, ossia in un tipo di colonia compatibile con i loro principi sia politici che religiosi. 

Sharon dunque da un lato apparteneva a una delle prime consistenti generazioni di “sabra”, ossia di israeliani autoctoni, e dall’altro sia per tradizione familiare che per scelta personale si riconosceva nel filone liberale del movimento sionista. Non in quello laburista, che con David Ben Gurion prevalse politicamente nel 1948 al momento della proclamazione dello Stato d’Israele e poi restò al potere nei trent’anni successivi (fino alla vittoria elettorale nel 1977 dei liberali del Likud e quindi alla nomina a primo ministro del loro leader Menachen Begin). 

Quella lunga permanenza dei laburisti al governo aveva dato in sede internazionale allo Stato d’Israele un’immagine appunto molto laburista, che in realtà è distorta non solo sul piano politico ma prima ancora sul piano sociale. Più che mai nel caso di Israele, questi due schieramenti non sono affatto riconducibili alla storica dialettica europea della “destra” e della “sinistra”. Rappresentano piuttosto i due segmenti marcatamente distinti l’uno dall’altro in cui si articola la società israeliana: uno costituito dagli “askenaziti”, gli ebrei di origine europea occidentale, più colti, più ricchi e con forti relazioni a Londra, a Parigi e Washington, cui dava soprattutto voce il partito laburista e oggi anche altre forze di “sinistra”; l’altro costituito dai “sefarditi”, gli ebrei di origine orientale, araba, e oggi anche in larga misura russa, meno colti, più poveri, figli di nessuno sul piano internazionale, cui dava voce il Likud. 

Paradossalmente rispetto ai luoghi comuni della cultura progressista europea, i laburisti e le altre forze di “sinistra” rappresentano l’establishment; e i liberali e le altre forze di “destra” rappresentano invece gli operai di fabbrica di Tel Aviv e dintorni, il popolo minuto, gli ebrei arabi che senza aver voluto lo Stato d’Israele ne hanno pagate le spese essendo stati perciò costretti a rifugiarvisi per di più con gravi problemi di adattamento a un’economia altamente sviluppata di tipo occidentale alla quale non erano preparati.


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COMMENTI
12/01/2014 - Perche' snobbare un pentimento? (Sierra Jonathan)

Perché Ronza, dopo un lungo e dettagliato excursus sulle qualità' "guerrafondaie" di Sharon, liquida in mezza riga, quasi sottaciuta, il grande atto redentorio di Sharon, cioè il ritiro unilaterale dalla striscia di Gaza avvenuto nel 2005? (non 2004) Il "guerrafondaio" Sharon finì infatti la propria carriera con quel coraggioso atto, che lo rese inviso proprio a quella parte più' nazionalista israeliana, della quale -secondo Ronza- Sharon sarebbe il simbolo. Perché questo atto di revisione delle idee viene così' snobbato da Ronza? Forse perché' il risultato di quel ritiro unilaterale non e' in linea con il ritornello che sostiene che sono gli insediamenti il principale ostacolo alle trattative di pace… Infatti la restituzione totale del territorio di Gaza non porto' ad una fiducia o calma, bensì' all'incessante tiro di razzi e missili verso la parte sud di Israele. O forse perché' riconoscere che Sharon -personaggio certamente problematico- abbia saputo cambiare rotta, rovina a Robi l'opportunità' di prendersela con "buona parte del popolo israeliano" (ma quanto davvero lo conosce direttamente Ronza questo popolo israeliano?) Peccato… pensavamo che le storie che finiscono con coraggiosi atti di revisione delle proprie posizioni -quasi un pentimento- a Robi piacessero... Ma si vede che per Ronza e' meglio snobbare questi pentimenti, se non son funzionali alle sue idee (anche queste unilaterali, come quel ritiro, ma di una unilateralità' che non avvicina certo la pace).

 
12/01/2014 - Due parole (luciano dario lupano)

Perché nonostante l'ipocrisia internazionale, in cui il nostro pavido Paese brilla ai primi posti, amava Israele, che non si dovrebbe confondere con l'Ebraismo, e si comportava adeguatamente, e qui si potrebbe discutere pacatamente all'infinito, perché accerchiato non solo da centinaia di milioni di individui che pur pregando forsennatamente sarebbero felici dell'annientamento dell'unica vera Democrazia medio orientale!