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NEW YORK ENCOUNTER/ Nella Grande Mela per fare il pieno di speranza

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Puoi anche non conoscere nessuno, eppure è come se tutto fosse familiare. Anche il visitatore più distratto, o quello intimorito dai grandi nomi o da parole cui non è abituato, troverà qualcosa. Non si può venire al New York Encounter e tornare a casa senza niente di nuovo nel cuore. È la speranza. Chi viene al NY Encounter non può non sbattere il naso contro la Speranza. Magari non saprà spiegarlo a parole, ma il cuore sussulta. Saranno le centinaia di giovani, sarà la bellezza delle cose. Tutto mette Speranza. Poi starà alla libertà di ognuno decidere cosa farsene. E questo vale anzitutto per me.

Io faccio il New York Encounter e l’aspetto con gioia proprio per questo. Perché, come scrisse anni fa Don Giussani ai pellegrini di Loreto, la compagnia, il popolo, ti strappa dal niente in cui affogheresti. E rifiorisci. Noi siamo i pellegrini di New York. Io sono il pellegrino di New York, perché io non so fare niente. Da solo, senza la compagnia del Mistero che mi porta per mano, non esisterei. Invece sono e faccio.

E se tra il Cardinal O'Malley, Palous, Noughton, Noguera, Fr. Samir, Hadjaji, Veras, Schindler, Hendra, Fr. Carron, Horowitz, Msgr. Albacete, Fr. Cameron, Flatto, Scholz, Fields, Medina, il Nunzio Viganò, Lou Marini e tutti gli altri dovessi dimenticarmi cosa sia tutta questa cosa che abbiamo messo su, ci penserà una Security Guard a ricordarmelo. Venite a vedere.

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