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NEW YORK ENCOUNTER/ Nella Grande Mela per fare il pieno di speranza

Pubblicazione:giovedì 16 gennaio 2014 - Ultimo aggiornamento:venerdì 17 gennaio 2014, 0.47

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"Mi scusi, Lei è il Presidente qui, vero? Bello sa, ho seguito tutto quello che ho potuto. Non è il suo mestiere? Allora questa è un pò la sua eredità, no?". Di tutte le cose che mi ricordo del New York Encounter dell’anno scorso, di tutte le persone incontrate, questo è il momento che mi è rimasto più impresso. In piedi al freddo, sulla 35ma Strada a fumare una sigaretta tra una cosa e l’altra, mi trovo fianco a fianco con una "Security Guard", uno di quei piantoni che se ne stanno fissi come pali della luce ad ogni angolo del Manhattan Center dall’inizio alla fine dell’evento. Ci stanno per legge e per obbligo contrattuale, non per altro. È il loro lavoro. Non è previsto – nè tantomeno richiesto – che si interessino a quel che succede in sala. Se una Security Guard resta affascinata da quello che chiameremmo un evento culturale vuol proprio dire che durante questi weekends che ormai da cinque anni riproponiamo a metà gennaio, c’è una vita. Ci sono dei volti, ci sono delle persone, e c’è un popolo, c’è qualcosa di gioioso nell’aria che introduce misteriosamente un semino di speranza nel cuore… Ah, la retorica! Quante volte negli ultimi quarant’anni ho detto queste cose … Ma se sono vere, perché non ripeterle? Se il New York Encounter porta un briciolo di umanità nuova in questa città ed in questo paese, perchè non continuare?

Cosi continuiamo e da venerdi a domenica ci troveremo nel mezzo di un vortice di avvenimenti, conferenze, mostre, spettacoli. Come dico sempre, una specie di "piccolo Meeting di Rimini in una città decisamente più grande di Rimini". La prima cosa incredibile, prima ancora della ricchezza di personaggi ed eventi che riempiranno queste giornate, è che ce l’abbiamo fatta un’altra volta! Non è facile, non è per niente facile. "Nulla di grande cresce come le patate" diceva Peguy. E noi siamo una cosa piccolissima in una terra di giganti.

"Il tempo della persona, le origini di un popolo". Questo è il tema, ma questa è anche la dinamica che accompagna il gruppettino che ci lavora su tutto l’anno, una decina tra giovani e vecchi. Ed è anche quello che sperimentano gli oltre 250 volontari che arrivano da ogni parte degli States e, a Dio piacendo, le migliaia che affollano il Manhattan Center. Almeno un po'! Uno fa il passo, viene, ed è come se l’estraneità fosse sconfitta.


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