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MEDIO ORIENTE/ Da Oslo '93 agli ostaggi liberati, tra Israele e Palestina è ancora braccio di ferro

Pubblicazione:lunedì 6 gennaio 2014

La liberazione di un prigioniero palestinese (Infophoto) La liberazione di un prigioniero palestinese (Infophoto)

La liberazione avviene in genere su contropartite minime ma importanti per lo stato ebraico, che dimostrano la propria disponibilità a riaprire i negoziati di pace. Al segretario di Stato americano Kerry il premier Netanyahu ha detto molto chiaramente che Israele è sì disponibile a riaprire i negoziati ma pensa che i palestinesi non lo siano affatto. Non propriamente un buon auspicio per far ripartire le trattative. 

 

Da parte palestinese?

I palestinesi, dal canto loro, ovviamente dicono il contrario e attribuiscono la responsabilità agli israeliani sostenendo che mentre con una mano dichiarano la propria disponibilità, con l’altra continuano imperterriti a insediare coloni in Cisgiordania. Sono posizioni, a me pare, inconciliabili, incrostate ormai da quando la seconda intifada si è smorzata e si è raggiunta una sorta di tregua militare, senza più kamikaze che si fanno saltare in aria sugli autobus o nei bar. D’altro canto, l’insediamento di coloni nei territori avviene in maniera più filtrata. E Israele ha rinunciato a un uso grande della forza, anche se Gaza è tuttora sotto assedio. ma entrambe le parti hanno problemi politici enormi da risolvere al loro interno. 

 

Che tipo di problemi?

Finché non esisterà una leadership palestinese è improbabile che si concludano accordi di pace. Chi firma? L’Anp? O Hamas, che è ancora ferma al non riconoscimento dello stato di Israele, quindi al pre-Arafat? Le questioni sul tappeto risalgono agli accordi di pace di Oslo del 1988. Sullo status di Gerusalemme, sui confini dello stato ebraico, sul rientro dei profughi palestinesi non è stato fatto alcun progresso da allora. Tutto il lavoro fatto prima di Oslo è andato in fumo in questi anni. La disperazione dei palestinesi, unita alla corruzione dell’Anp, ha portato al successo di Hamas. È abbastanza difficile che si possa fare un negoziato vero, né si intravedono leader in grado di portarlo avanti.

 

Dall’altra parte della barricata?

Dalla parte di Israele c’è una sorta di continuità tra i governi di Sharon e quelli di Netanyahu che ha dimostrato di saper utilizzare il pugno duro nei confronti dei palestinesi e di non rinunziare alla politica di colonizzazione dei territori occupati. E non ha nessuna voglia, e lo dice apertamente, di sedersi attorno a un tavolo, a meno che non vengano accettate precondizioni che invece, secondo i palestinesi, dovrebbero essere oggetto della trattativa. Nonostante le buone intenzioni americane, e nonostante la navette che Kerry sta facendo tra Washington, Gerusalemme e Ramallah – se non sbaglio questo è il suo decimo viaggio - lo stallo è evidente e i suoi tentativi mi pare siano destinati a cadere nel vuoto. Più che altro è per prestigio di Obama che vorrebbe chiudere il suo secondo mandato passando alla storia come il presidente americano che ha costretto alla pace Israele e palestinesi. Temo però che non vincerà questa sfida.

 

In questa cornice come si colloca la morte avvenuta in circostanze misteriose dell’ambasciatore palestinese a Praga?


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