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DIARIO SUD SUDAN/ Unire i punti: cosa rende bello il nostro lavoro?

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Foto Avsi  Foto Avsi

Steve Jobs lo abbiamo visto e sentito parlare tutti insieme, nella aula magna del St. Marys College a Juba, nel compound dove viviamo. 40 partecipanti, tutto lo staff AVSI che lavora nelle basi di Isohe, Torit, Bahrgel e Juba. 29 e 30 settembre 2014.

Oggi sono tutti ripartiti per tornare al lavoro. Mi sembrava impossibile pensare che davvero saremmo stati tutti insieme qui. I viaggi sono sempre un casino, eppure sono arrivati tutti: da Barghel, facendo una strada diversa e più lunga, visti i problemi di sicurezza, da Isohe e Torit con due macchine i cui pezzi stanno insieme per puro caso.

Arrivati. Hanno raccontato del viaggio. Ci siamo trovati domenica pomeriggio, tutti insieme, contenti. E’ stato bello oggi quando sono arrivati quelli di Isohe e Torit, mi dice la Fausta, che arriva dal nord.

Mauro, che deve tenere il training, mi chiama la domenica pomeriggio dall’aeroporto di Kampala, non può partire, ma noi siamo già qui tutti ad aspettarlo. Prendi il bus, Mauro, via terra si riesce a passare. Viaggia di notte, ci racconta che la frontiera l’ha passata in motorino e poi a piedi, al buio delle 5 di mattina. Ridiamo perché ha un trolley, nessuna somiglianza con l’equipaggiamento da Indiana Jones  a cui l’immaginario sul Sud Sudan può dare forma.

Dunque lunedì mattina ci siamo, tutti. Che ognuno si presenti, dice Mauro.

Uno ad uno si alzano. Nome, cognome, lavoro per AVSI a Isohe, a Bahrgel, a Torit, a Juba.

Un’ incredibile presenza di tutti. Insieme, ma più che il gruppo mi fa impressione ognuno di loro.

La mia stanchezza è vinta da quell’appello in cui ognuno richiamava se stesso.


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