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ELEZIONI BRASILE/ Rousseff, una vittoria di Pirro pronta a diventare un "de profundis"

Dilma Rousseff ha vinto il ballottaggio contro Aecio Neves e si riconferma Presidente del Brasile. ARTURO ILLIA commenta il risultato e la campagna elettorale che l’ha preceduto

Dilma Rousseff (Infophoto) Dilma Rousseff (Infophoto)

In una delle campagne politiche più aberranti della sua storia, con colpi bassi veramente indegni di candidati che dovrebbero rappresentare un popolo in un Governo democratico, il Brasile ha deciso, con uno strettissimo margine (51% contro 49%) di riporre la sua fiducia nella Presidente uscente Dilma Rousseff, decretando la sconfitta del socialdemocratico Aecio Neves. Ma il dato importante è che il Paese dove il PT, Partido do Trabalhadores, l’aveva fatta da padrone per 16 anni, adesso si è clamorosamente spaccato in due.

Diciamo subito che la Presidente ha potuto confermarsi solo grazie ai voti delle regioni più povere del Brasile, dove la minaccia da lei sparsa ai quattro venti che in caso di vittoria avversaria si sarebbero tolti i miseri sussidi che lo Stato concede alla massa di diseredati che si contano ancora (ma che è ben altra rispetto alla povertà in Argentina, che ormai raggiunge il 40%) ha fornito il carburante necessario al raggiungimento dello “storico” (per Rousseff) risultato.

Questo non è l’unico argomento tirato in ballo dalla rappresentante del PT: per tutta la campagna elettorale durata 15 giorni, Rousseff, evidentemente sentendosi con l’acqua alla gola, ha tirato dei colpi talmente bassi utilizzando illazioni sulla vita privata del suo avversario (dipinto come un playboy e un violento) per far colpo sull’elettorato. Questo in risposta alle accuse che, a dire la verità, nemmeno lei è riuscita a respingere, di aver presieduto in questi anni un Governo altamente corrotto, con scandali in serie che l’hanno costretta a dichiarare misure, peraltro solo teoriche a quanto pare, di lotta contro questa piaga.

Ma tant’è, la vittoria è arrivata, ma è stata di così stretta misura da costituire un serio problema, anche se alla Camera la coalizione vincente non dovrebbe avere soverchi problemi a governare. Il risultato attuale potrebbe rivelarsi a breve un boomerang di alta pericolosità, perché i numeri del boom brasiliano, anche a causa della crisi mondiale che comincia a farsi sentire soprattutto a livello di esportazioni, iniziano a essere preoccupanti, anche perché i conti dello Stato cominciano a non tornare.

La ragione è semplicissima: opere faraoniche a parte, il maggior numero delle quali non ha poi una così grande importanza sociale, la corruzione e soprattutto la quantità gigantesca di elargizioni (o se preferite di elemosine) alle classi più povere iniziano a incidere spaventosamente sui bilanci, come d’altronde capita in tutti gli Stati dove regna il populismo. Si arriva a un punto nel quale esse sono irrinunciabili, perché ciò significherebbe una perdita di voti incalcolabile e allora i fondi iniziano a essere sottratti in altri settori. Ad esempio, nonostante le reiterate promesse (fatte pure da Lula), la sanità in Brasile è a un livello spaventoso, una delle peggiori del Continente, ma si è preferito salire sul carro dei Mondiali di calcio e avere le Olimpiadi, che hanno comportato investimenti faraonici sottratti al sociale, il tutto per una questione di mera immagine.